RIFLESSIONI DI GIOVANNI BOER, PARROCO DI SANTA EUFEMIA E SANTA TECLA A GRIGNANO - XXIII Domenica Anno A Mt 18,15-20

Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché “ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni”. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro. Appena prima di questo passo Matteo riporta il detto di Gesù che conosciamo: il pastore lascia le novantanove pecore per andare in cerca di quella perduta. Mentre, dopo questo passo, ci riporta la domanda di Pietro: “Quante volte dovrò perdonare al mio fratello?” (notate!: Pietro non chiede quante volte bisogna perdonare al nemico, ma al fratello). Ed è il passo che leggeremo Domenica prossima. Prima ancora, prima dell’esempio delle “novantanove pecore più una”, Gesù dice che il più grande nel Regno dei cieli è colui che chi si fa come un bambino. E chi sa accogliere i bambini accoglie Gesù. Questo è il contesto più allargato del Vangelo di questa Domenica, e come già sappiamo, se non leggiamo ciò che l’Evangelista scrive un po’ prima e un po’ dopo del brano scelto per la liturgia, rischiamo di non capire granché. Il nostro passo ha almeno due temi: la cosiddetta “correzione fraterna” e la preghiera fatta insieme. Mi soffermo un attimo su questa, per dire soltanto che, per avere un’idea chiara di tutto quello che Gesù insegna sulla preghiera, bisogna leggere tutti i Suoi insegnamenti sulla preghiera sparsi nei Vangeli, osservare con attenzione quando Gesù stesso prega e, infine, vedere anche ciò che dicono gli Apostoli nelle loro Lettere e ciò che è scritto negli Atti degli Apostoli sulla preghiera. Se no, si rischia di vedere contraddizioni che non esistono, ma che lì per lì appaiono a prima vista (tipo proprio la frase di questa domenica: “ci accordiamo insieme di chiedere qualcosa al Signore, e Lui ce la darà” ... Quante volte è capitato invece che non ce l’ha concessa? Parecchie! Quindi, il senso della frase sulla preghiera di questo brano del Vangelo non è semplicemente quello di chiedere una cosa insieme a Dio perché Lui ce la darà certamente. Le cose sono un po’ differenti: se no, dovremmo arrabbiarci spesso con Dio ... ma anche Lui con noi!).
La correzione fraterna: dunque, è importante osservare che Gesù parla della correzione di un fratello, di una sorella: cioè di chi fa parte della stessa comunità di fede. E questo era assai chiaro quella volta, perché nei confronti di chi non era ebreo c’era tutta una serie di prescrizioni e di usi che chiamavano in causa anche il problema della purezza rituale [vi ricordate che Gesù pone problemi perché va in casa di pubblicani e peccatori – quindi in teoria si contamina –. Ci ricordiamo anche che quelli del Sinedrio non vogliono entrare nelle stanze di Pilato per il processo-farsa contro Gesù, per non contaminarsi nell’imminenza della Pasqua, così deve uscire Pilato a parlare con loro. Ci ricordiamo anche che il centurione di Cafarnao, romano, non ebreo, non pretende che Gesù entri in casa sua per guarirgli il servo, ma chiede solo che dica una parola dal luogo dove Lui sta, e lo guarisca “a distanza”]. Dunque: come ci si corregge tra fratelli? Bèh. La prima cosa è che il fratello pecchi davvero, perché a volte magari pensiamo che uno abbia sbagliato nei nostri confronti e invece non è vero. Poi, se è uno sbaglio o un peccato “così”, una volta ogni tanto, la cosa si risolve subito. Qui, da come Gesù parla, si comprende che intende una mancanza seria e ripetuta, quasi uno stile, un’abitudine. E, soprattutto, si vede che colui che pecca non vuole assolutamente cambiare condotta. Questo è il problema. È recidivo. E si capisce anche che sono colpe ripetute che danneggiano la comunità (Domenica prossima vedremo che Gesù parla dei peccati che uno fa soltanto contro di un altro, che non hanno incidenza in tutta la comunità). Sono scandalo (e Gesù prima di questo nostro brano parlava proprio degli scandali contro i piccoli). Gesù invita a richiamare non una volta sola, addirittura tre. Sono tante, perché tra un richiamo e l’altro deve passare del tempo per vedere se il peccatore cambia condotta). Se persiste nel dare scandalo, dev’essere isolato. Non che i peccati verso una persona soltanto siano di poco conto. Niente affatto. Ma quelli che apertamente creano dissesto nella comunità arrecano sùbito un danno notevole, che lascia parecchie conseguenze. Credo che le nostre comunità, adattando l’insegnamento di Gesù ai tempi di oggi, senza annacquarlo però!, avrebbero parecchio da riflettere su come si comportano al loro interno. Così come i singoli che pretendono di fare qualsiasi cosa e di non venire mai richiamati “perché loro sono loro e si possono permettere di dire e fare qualsiasi cosa, perché stanno una spanna sopra gli altri”. Sì, c’è davvero da riflettere su come ognuno di noi vive all’interno della comunità. E se ognuno di noi si rende conto che i peccati bisogna smettere di farli. Se no, creano uno stile, un clima che poco a poco diviene afoso, pesante, irrespirabile.
Aggiungo per voi. Sembra proprio che all’inizio le comunità cristiane vivessero davvero così, secondo questo dettame di Gesù. Anche se c’erano difficoltà a praticarlo (lo si capisce dalle Lettere degli Apostoli, e dagli Atti degli Apostoli), tanto che capitava qualche volta che qualcuno, posto in autorità nelle comunità, tentasse di fare “il bello e cattivo tempo”, volendo escludere quelli che non gli comodavano (lo si capisce dalle lettere di San Giovanni, tanto per dare un riferimento). E, quando l’Apostolo veniva a saperlo, interveniva per isolare questi stessi che abusavano dell’autorità loro conferita. Questa prassi ha dato origine, poi, alla pena canonica della “scomunica”, che esisteva già a suo modo nelle comunità giudaiche, e per la verità in ogni credo religioso dell’antichità [e, come sappiamo, in ogni comunità civile politica: pensate alla estromissione da un partito politico, o alla radiazione di una persona da qualche associazione di professionisti: tipo medici, ingegneri, giornalisti, ecc.]; e ha avuto anche uno sviluppo all’interno delle comunità di vita consacrata nella Chiesa Cattolica: un membro di un ordine religioso può essere estromesso dall’ordine. Ma, senza andare a parlare troppo di questo, vorrei farvi notare come questo modo di vivere delle prime comunità si è un po’ perso, mi sembra, nello stile normale della vita delle comunità cristiane. E mi pare che sia stata una perdita. Certo, questo stile di vita e di “educarsi assieme” e di “proteggersi assieme” esige da parte di ciascuno onestà, impegno, serietà; sotto un certo punto di vista esige “radicalità”. Non rigidismo, o integralismo, ma un continuo sereno, e felice, esame di coscienza. Ed esige che ognuno sia rigoroso con se stesso e sia, di fatto, un esempio di vita per gli altri, senza montare in superbia. Diversamente, con quale onestà e forza morale potrebbe richiamare qualcuno a comportarsi bene, a smettere una condotta di peccato?
Dicevo che Gesù dà indicazioni su come comportarsi con un fratello della comunità di fede. Mentre con gli altri, con quelli di fuori? Con i peccatori che si sono messi da soli fuori, che vivono alla maniera dei “pubblicani”? Oppure con i “pagani”? ... Il testo in italiano dice “pagani”, ma è una traduzione ... un po’ adattata, perché usa una parola – “pagani” appunto – che è fuori tempo. Anche perché oggi per noi pagano designa comunemente una persona che non crede in Dio, e può avere valore offensivo. E, da questo punto di vista, il nostro mondo è davvero sempre più pagano. In verità, il termine pagano” nasce quando il cristianesimo diviene la religione (obbligatoria) dell’impero Romano.
Allora, le popolazioni delle campagne (campagna: in latino pagus), che erano ancora rimaste fedeli alle religioni e ai culti di prima, venivano chiamate pagane. Quindi erano legate alla divinità, ai loro culti: erano credenti, ma non erano cristiane. Matteo, in greco, non scrive pagani, perché la parola ancora non esiste: scrive la parola “classica”, con la quale San Paolo stesso si auto-definirà e cioè ethnikós, “uno che appartiene alle genti”. È un linguaggio tipicamente ebraico per indicare tutti coloro che non erano ebrei: le “genti”, appunto (anche oggi l’ebreo osservante definisce così tutti quelli che non appartengono al popolo ebraico). San Paolo, a un certo punto, si definirà “l’apostolo delle genti”. Dunque, cosa fare, come regolarsi con uno che non è cristiano o, oggi in particolare, che non è credente o si presenta come uno che non crede? La risposta di per sé sarebbe semplice: fare come faceva Gesù quando si incontrava con un “gentile” (cioè con un non ebreo), o come facevano gli Apostoli, che sono andati tra le “genti” per condurle a Cristo. Dove noi viviamo, molti sono diventati atei, per questioni di comodo, perché sono rimasti sempre più senza alcuna educazione religiosa, per tanti motivi ... Molti appartengono a Chiese separate, ... molti ad altri culti (pensate all’islam). Gli apostoli e i primi cristiani, che ai quei tempi erano assoluta minoranza, cercavano anzitutto con chi non era cristiano di lavorare su quello che li univa – i valori umani fondamentali –, e poi, su tutto il resto, non nascondevano certo la loro originalità cristiana: erano fieri – umilmente fieri – della loro fede cristiana. Non dicevano certo: “ognuno, poi, se la veda come vuole lui con il suo dio ... ognuno è libero di credere quello che vuole”. Erano fieri di aver potuto conoscere Dio così come è veramente. Questo non li doveva rendere superbi, come se gli altri fossero stati inferiori a loro, o meno buoni di loro. No, assolutamente: ma non banalizzavano il grande dono di avere conosciuto in pienezza la verità.
Ah, a proposito: “sia per te come un pubblicano e uno delle genti” ... Non vuol dire che è estromesso dalla salvezza e dall’amore di Dio. Ma, prima di tutto, che per stare abitualmente con questo tipo di persone senza “impiastricciarsi” con loro, senza invischiarsi con loro, bisogna averci una vocazione particolare. E poi: Dio lavora sempre in maniera nascosta per “catturare” la persona e salvarla. A noi permane il compito della preghiera per loro: questo sempre! Sulla preghiera, invece, carissime mie e carissimi miei, la faccenda è parecchio lunga: dico soltanto che Gesù, altrove nei suoi insegnamenti, ci assicura che Dio a chi chiede con insistenza senza mai stancarsi dona senz’altro lo Spirito Santo. Questo è il dono. Che aiuterà chiunque momento per momento a vivere e a comprendere la propria vita e quella degli altri... al di là di ricevere o meno ciò che si chiede. Dobbiamo chiedere ciò che riteniamo essere un bene – ci mancherebbe che non lo chiedessimo! –, ma alla fine conta il fatto che Dio – che sa veramente cos’è quello che ci permette di raggiungere il Paradiso – ci doni il Suo Spirito. Questo ci garantisce la santità. E la forza di non venir mai meno. Coraggio sempre, e avanti. Vi benedico.

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