COSI' FAN TUTTE: TRIESTE ALLA RICONQUISTA DEL CAPOLAVORO DI MOZART-DA PONTE

Terzo e ultimo titolo della celebre trilogia Mozart-Da Ponte Così fan tutte (Vienna, 1790) è anche l’ultima opera buffa del salisburghese e, delle tre, quella che ha più stentato a entrare nei favori del pubblico. Pesavano, sulla sua ricezione il giudizio poco lusinghiero di chi la commissionò, l’imperatore Giuseppe II, e l’essenzialità della drammaturgia che facevano sorvolare sui tesori musicali in essa racchiusi. Il libretto mette in scena la crudeltà del rapporto tra i sessi e la pretesa maschile del dominio fisico esclusivo su una persona e fonde varie fonti, Ovidio, Boccaccio, Ariosto, Marivaux, Goldoni, ma la leggenda vuole fosse ispirato a una vicenda realmente accaduta nella Trieste asburgica nota, già nel Settecento, per la libertà di costumi della propria popolazione femminile. Vera o falsa che sia, la leggenda pone l’accento su un fatto indiscutibile, la licenziosità del soggetto è squisitamente femminile e lo stesso orditore della trama, il filosofo cinico Don Alfonso, non è, come la coppia di ufficiali innamorati, che una marionetta nelle mani del terzetto femminile, le due sorelle ferraresi e la loro furba cameriera Despina. Detto questo, Trieste, che ora l’ha ripresentata in collaborazione con Spoleto58 Festival dei 2 Mondi, ha avuto con Così fan tutte un rapporto ambiguo accogliendola fra le prime, nel giugno 1797 nel piccolo Teatro San Pietro, per poi dimenticarsene per oltre un secolo. Le sei esecuzioni succedutesi dal 1932 al Teatro Verdi – nella più recente era ricostruito nel 2003 l’ultimo spettacolo di Giorgio Strehler – non hanno fatto che sancire un disamore.
Lo spettacolo che abbiamo visto ora è prodotto dalla Fondazione Teatro Coccia di Novara ed è firmato da Giorgio Ferrara per la regia qui ripresa da Patrizia Frini, da Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo per le scene e i costumi e da Daniele Nannuzzi per il disegno luci: non è certamente uno spettacolo memorabile. Il suo merito, però, è di ribaltare la situazione e ha visto il pubblico affollare il Teatro Verdi. Segno che l’architettura d’avanguardia dell’opera è entrata ormai nel linguaggio comune.
La cornice, settecentesca, non rappresenta né la Napoli suggerita dal libretto, né la Trieste in cui si dice ebbe origine la vicenda, ma una località di mare non bene identificata, potrebbe essere anche Venezia, vista dagli occhi di un viaggiatore del Nord Europa, che so l’ammiraglio Nelson di napoleonica memoria. L’azione si dipana secondo i più triti cliché dell’opera buffa settecentesca e toglie a Mozart e Da Ponte ambiguità e sotto testi. Alla guida dell’Orchestra stabile del Teatro Verdi Oleg Caetani tende ai ritmi serrati e a una lettura che favorisce, anche nei recitativi accompagnati al cembalo da Adele D’Aronzo, il ritmo alla cura del particolare. Ne sono avvantaggiate le due giovani compagnie di canto che si avvicendano nel corso delle recite in programma a Trieste con un’appendice al Teatro Nuovo Giovanni da Udine.
Nella prima a dominare sono le voci maschili di Abramo Rosalen, valido Don Alfonso, in sintonia con la coppia libertina formata dall’elegante Vincenzo Nizzardo (Guglielmo) e da Giovanni Sebastiano Sala che è un Ferrando di aggraziata tenorilità. Karen Gardeazabal, messicana, e Aya Wakizono, giapponese, hanno voci troppo simili e poco differenziate nel timbro per rappresentare in modo efficace gli sdegni di Fiordiligi e le smanie di Dorabella. Nel cast alternativo il quartetto di amanti è più omogeneo: le sorelle sono Gioia Crepaldi, molto corretta e rifinita nell’agilità, e Chiara Tirotta, vivace quanto basta in Dorabella, mentre gli ufficiali trovano in Ruzil Gatin, russo, e nell’esuberante Giuseppe Esposito, una definizione molto centrata. Il secondo Don Alfonso, Alessio Cacciamani, è piuttosto neutro mentre in Despina la francese Capucine Daumas si dimostra, vocalmente e scenicamente, inadeguata.
Valido viceversa l’apporto del Coro stabile del Teatro Verdi ben preparato da Francesca Tosi. Lo spettacolo non lo fa partecipare all’azione ma lo tratta come uno strumento d’orchestra, e dalla buca d’orchestra arrivano i suoi interventi. Al termine delle rappresentazioni cui abbiamo assistito il pubblico, molto folto in sala, ha dimostrato di gradire la proposta mozartiana della stagione 2017/2018 del Teatro Verdi di Trieste. Foto: Fabio Parenzan Info: www.teatroverdi-trieste.com di Rino Alessi 27/04/2018 bellaunavitaallopera.blogspot.com

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