BRECHT-WEILL E ASCESA E CADUTA DELLA CITTA' DI MAHAGONNY: STENTA A DECOLLARE AL TEATRO VERDI DI TRIESTE LO SPETTACOLO DI HENNING BROCKHAUS. NESSUNA CONTESTAZIONE PER BEATRICE VENEZI

Nella produzione varata nel 2022 al Teatro Regio di Parma e già rispresa dal Petruzzelli di Bari, Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, ossia Ascesa e caduta della città di Mahagonny è approdata per la prima volta anche al Teatro Verdi di Trieste. Seconda e meno fortunata opera musical-teatrale nata dalla collaborazione tra Bertolt Brecht e il musicista Kurt Weill, Mahagonny non ha mai ottenuto il successo della ben più graffiante Dreigroschoper (L’opera da tre soldi); la sua prima rappresentazione avvenne alla Deutsche Oper di Lipsia nel marzo del 1930, a Berlino arrivò nel dicembre dell'anno successivo. Da allora non è mai entrata nel repertorio corrente dei teatri d’opera. L'impianto musicale – imponente l’organico orchestrale - fa frequenti ricorsi al concertato e al corale con numerosi interventi recitati resi laboriosi da seguire nell’esecuzione triestina che adottava la versione in lingua originale con una compagnia non germanofona. Non mancano le arie, una per tutte la ricorrente “O moon of Alabama”; i brani lirici hanno però nell’economia del lavoro che ha nel sarcasmo e nell’ironia quasi surreale i suoi tratti caratteristici, uno spazio assai limitato. La vicenda racconta, in modo talvolta tortuoso, dilatato e volutamente sopra le righe, la storia di una città, Mahagonny per l’appunto, in cui tutto è permesso grazie al denaro: nella visione degli autori si tratta di un'occasione per denunciare la degenerazione della società del tempo, molto vicina a quella della società attuale, in cui era anticipato l’avvento della società consumistica del ventunesimo secolo, oggi, in tempi di globalizzazione, una realtà ben sedimentata. Come dire un testo che potrebbe essere ancora attuale, o almeno profetico, risulta però, nello spettacolo triestino, datato e a tratti, nella sua vena didascalica che banalizza Brecht, noioso.
Detto questo, i numeri musicali sono separati tra loro e corrispondono a ventuno scene autonome, spesso inframmezzate da parti recitate per due ore e mezzo di musica e recitazione; caratteristica tipica del teatro brechtiano è poi l'utilizzo di cartelli che illustrano l'andamento della trama. Nelle regie più recenti, come in questa di Henning Brockhaus, non sono sostituiti ma amplificati da un dicitore/narratore (il bravo Giacomo Segulia) che per l’occasione recita in italiano. La serata, seguita da un pubblico all’inizio abbastanza folto, divide in due parti i tre atti originali ma non ci sembra mai decollare. Non dal punto di vista scenico perché l’allestimento di Brockhaus con scene di Margherita Palli, costumi di Giancarlo Colis, luci di Pasquale Mari e coreografie di Valentina Escobar, non sceglie una chiave di lettura che focalizzi l’interesse dello spettatore sugli avvenimenti e sul loro sviluppo catastrofico. Tutto si consuma fra il palcoscenico e una passerella posta di schiena all’orchestra ed è colorato il giusto, dinamico nei limiti del possibile, ma solo nella seconda parte coinvolge in qualche misura quando si definisce la triste storia del protagonista Jim Mahoney.
In questo lo spettacolo di Brockhaus e compagni si trova in perfetta armonia con la concertazione e direzione di Beatrice Venezi, attenta al singolo episodio ma incapace di collegarlo a quello successivo, in una narrazione che, nonostante l’impegno dell’orchestra stabile del Teatro Verdi disposta oltre che in buca nei primi due palchi di primo ordine a linee spezzettate. La compagnia radunata dal Verdi è molto eterogenea ma non ci sembra che né il protagonista Santiago Martinez, voce tenorile tendente al lirico-leggero, né la Jenny di Maria Belen Rivarola abbiano i numeri per rappresentare le due figure centrali della vicenda né il sex appeal loro richiesto. Fra gli altri s’impongono i mezzi vocali ragguardevoli del mezzosoprano Alisa Kolosova che è la maitresse della situazione e la caratterizzazione efficace che l’esperienza di Nicola Pamio offre dei due personaggi a lui affidati. Gli altri, senza infamia e senza lode, sono Ivan Tursic, Zoltan Nagy, Marcello Rosiello, Adriano Gramigna e le sei ragazze di Mahagonny. Il coro, preparato da Paolo Longo, s’inserisce nel discorso musicale con proprietà. Quanto alla presenza sul podio di una musicista di cui oggi troppo si discute, e spesso a sproposito, non ha provocato reazioni particolari. Era la sua quinta volta a Trieste dove, nel corso delle rappresentazioni e per garantirsi, da brava influencer, ulteriore visibilità, presenterà nella sede del Politeama Rossetti un libro pubblicato da Utet nel 2020. Al termine dello spettacolo applausi per tutti. 30 gennaio di Rino Alessi. Foto: Fabio Parenzan Info: www.teatroverdi-trieste.com bellaunavitaalloperablogspot.com

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