GRANDE SUCCESSO AL TEATRO VERDI DI TRIESTE, DOPO OTTO ANNI DI ASSENZA, PER IL TROVATORE. PASSIONI ESTREME SONO STATE GOVERNATE A DOVERE DAL MAESTRO JORDI BENACER: NEL CAST BRILLANO DANIELA BARCELLONA AL DEBUTTO IN AZUCENA E YUSIF EYSAZOF, MANRICO. MOLTO APPLAUDITA LA LEONORA DI ANNA PIROZZI. DA DIMENTICARE LA REGIA ALLA FRANCESE

Dei tre capolavori che compongono la celeberrima Trilogia popolare di Giuseppe Verdi Il Trovatore, su libretto di Salvatore Cammarano desunto da un fosco dramma spagnolo a forti tinte, è quella che si esegue più di rado. Dal quartetto protagonista il Cigno di Busseto esige molto, e quindi il dramma di Manrico che ama Leonora di cui è però innamorato il rio Conte di Luna, che a sua volta è - senza saperlo - fratello del protagonista e lo fa uccidere compiendo, - senza volerlo, - la vendetta della zingara Azucena madre affidataria di Manrico che vendica così l’uccisione di sua madre, gitana e fattucchiera come lei. Gli ingredienti per il successo ci sono tutti e successo alla prima romana del 1853 al Teatro Apollo fu: sentimenti estremi, arie e duetti memorabili, grandi episodi corali, un’orchestrazione vibrante, un concertato che chiude la prima parte dello spettacolo (che condensa i quattro atti originari in due porzioni), in cui Verdi per dirla in gergo automobilistico mette il turbo. E successo, venerdì sera al Teatro Verdi c’è stato. Il Trovatore, assente dal palcoscenico giuliano da otto anni, ha avuto grandi esecuzioni a Trieste, sia al Teatro Verdi, sia al Castello di San Giusto, sia al Politeama Rossetti. La mia prima volta, ancora studente liceale, fu nel novembre del 1969. Alla vigilia del debutto una mareggiata di quelle potenti allagò buca d’orchestra e platea del Teatro Verdi e si lavorò alacremente per andare in scena. Carlo Franci diresse con la competenza che gli derivava dall’essere figlio d’arte, Carlo Bergonzi debuttava a Trieste e fu un indimenticabile Manrico, in Leonora – lusso dei lussi – a sostituire l’artista annunciata furono due soprani di prima scelta, Antonietta Stella e Gabriella Tucci, a me toccò la Tucci, purtroppo, perché ho sempre adorato la voce e la personalità artistica della Stella, ma la Tucci fu impeccabile. Il Conte di Luna era Licinio Montefusco, una sicurezza in Verdi senza essere un baritono di cartello e in Azucena debuttava nella sua città Bianca Berini che Lauri Volpi nelle sue celebri Voci parallele (Bongiovanni editore) mette a confronto con Fiorenza Cossotto dandole, e noi siamo d’accordo, la preferenza.
L’altra sera a Trieste Azucena era un altro mezzosoprano triestino, Daniela Barcellona e consentitemi di fare à la maniére de Giacomo Lauri Volpi un confronto fra queste due grandi artiste. Bianca Berini aveva tutto per essere un’Azucena perfetta, voce potente e di colore ambrato, grande temperamento scenico e vocale – il regista all’epoca era Enrico Frigerio -, scolpitura della parola cantata, a volte debordava ma usava con sapienza i suoni di petto, all’epoca andava bene così. Daniela Barcellona che viene dal repertorio belcantista non ha niente, sulla carta, per essere Azucena, è sorvegliata nel fraseggio, scenicamente efficace ma compostissima, curata nella dizione della parola cantata, materna e protettiva e non invasata e vendicativa, insomma più che una grande cantante è una grande musicista. La sua Azucena ancora in embrione mi ha però già molto convinto, non ha la canna – come si dice in gergo – che aveva la Berini, i suoni di petto li adopera con molta moderazione e solo nella seconda parte della serata ma porta a questa madre snaturata una ricchezza di notazioni che sono da tenere a mente per accuratezza e sottigliezza psicologica, un senso di smarrimento, un’ansia che ne attraversa la mente che ci restituiscono con l’intelligenza che contraddistingue da sempre questa valida artista un ritratto inedito di Azucena. E il suo “Condotta ell’era in ceppi” è sensazionale per capacità espressive e sceniche. Leonora, figura meno interessante fra le due femminili de Il Trovatore, è disegnata da Verdi e Cammarano a immagine e somiglianza di Lucia: il suo ingresso notte tempo con la confidente qui, chissà perché onnipresente e suora, è modellato su quello della Lucia donizettiana, su libretto, non a caso, dello stesso Cammarano. Anna Pirozzi è molto esperta nel personaggio di Leonora, ma se l’Azucena della Barcellona risulta fin troppo giovanile e sobria, questa fanciullona angelicata sembra aver navigato troppi amori per gestire due contendenti animosi come Manrico e il Conte di Luna. La prima aria è affrontata con molta cautela, poi la Pirozzi trova il suo migliore momento nel recitativo che introduce “D’amor sull’ali rosee” all’ultimo atto e trova gli accenti giusti dell’innamorata. Nell’aria si prende qualche libertà nella dilatazione dei tempi che dal podio il Maestro le concede, ma la risolve con onore. Gli acuti però, non sono a fuoco e certe interpolazioni garantiscono applausi ma non verità al personaggio.
Sul fronte maschile il Manrico di Yusif Esazof celebre ex marito della Netrebko, si è finalmente scrollato di dosso questa pesante etichetta e canta e fraseggia con suoni se non belli, duttili, ed è – scenicamente – sempre all’altezza della situazione. I suoi duetti con Azucena sono stati le cose migliori della serata. Per il Conte di Luna era stato annunciato un baritono mongolo di cartello, ma poi è arrivato un artista coreano, Youngjun Park di voce forte, ma poco modulata, ed espressività limitata. In Ferrando Carlo Lepore si prende il gusto di lasciare i personaggi buffi che sono la sua specialità e ci offre una raffigurazione ambigua e calzante dello scherano del Conte; non avrà la voce e l’esperienza in questi personaggi di semicontorno che aveva Plinio Clabassi, il Ferrando del 1969, ma è efficace. La locandina è completata onorevolmente dall’Ines suora di Erika Zulikha Benato e dall’inedito Ruiz di Andrea Binetti, oltre che da Alessandro Di Domenico (un messaggero) e da Daniele Cusari (un vecchio zingaro). La direzione di Jordi Benacer sceglie tempi spediti, ma poi – specie quando è in scena Leonora – li allarga a dismisura e il racconto, stringente, si sfarina. L’Orchestra stabile del Teatro Verdi suona bene, ma lo spettacolo ha un problema abbastanza grave, la scenografia che alza a dismisura lo spazio scenico con tre scalini a ridosso del proscenio. E’ quindi poco fruibile dalla platea e disgiunge la parte orchestrale da quella del palcoscenico. L’orchestra sente poco il palcoscenico e il palcoscenico a sua volta ha difficoltà a seguire l’orchestra. Così il Coro preparato da Paolo Longo si trova, specie nella prima parte, in gravi difficoltà. Della parte visiva, poco da dire lo spettacolo è nato a Saint-Etienne in Francia, nel 2023, è passato dall’Opéra di Marsiglia e giunge ora a Trieste. Lo firmano Louis Désire per la regia con la collaborazione di Diego Méndez Casariego per scene e costumi e Patrick Méeüs per le luci, molto efficaci. E’ uno spettacolo scorrevole e offende limitatamente la musica di Verdi, sorvoliamo sui pupi che raccontano l’antefatto nascosti nel tabarro di Ferrando, sui pianti dirotti di Ines che dopo essersi strappata il velo di testa introduce singhiozzando gli assoli sublimi di Leonora nella scena del chiostro. Il finale dà la giusta centralità ad Azucena ricoperta dal velo rosso che l’accompagna per tutta la serata e rende visibile il supplizio di Manrico. E’ un buono spunto. Pubblico folto, prodigo di applausi, del resto Il Trovatore è Il Trovatore, e Verdi è Verdi, no? 28/02 di Rino Alessi Foto: Fabio Parenzan Info: www.teatroverdi-trieste.org bellaunavitaalloperablogspot.com

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