Riflessione di Giovanni Boer, Parroco di Santa Eufemia e Santa Tecla a Grignano - XXIV Domenica Tempo Ordinario A - Matteo 18,21-35

Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”. Tirando al ribasso e facendo i calcoli per difetto, un talento al tempo di Gesù, nei territori sottoposti al dominio diretto di Roma o alla sua influenza, era un’unità di peso di 30/35 chili. E c’erano talenti d’oro e d’argento: nell’antichità l’argento valeva ben molto più di oggi, praticamente come l’oro. Giuseppe Flavio, storico ebreo di poco posteriore a Gesù e contemporaneo di San Paolo (vede e descrive in dettaglio la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.) ci dice che un talento valeva 10.000 denari.
Sappiamo che la paga giornaliera di un operaio doveva essere un denaro (cfr per esempio la parabola di Gesù sugli operai della vigna presi a giornata per un denaro). I calcoli si fanno in fretta: la cifra di 10.000 talenti per quel tempo è impossibile a essere pagata (100.000.000 denari! Quanti anni avrebbe dovuto vivere per pagare quel debito?). E mi pare proprio anche oggi ... C’è da chiedersi come uno abbia potuto accumulare quel debito! Ma Gesù usa apposta nella Sua parabola cifre che devono colpire. E come! Anche 100 denari non sono pochi (un terzo dello stipendio che un operaio guadagnava in un anno!), ma nei confronti di 10.000 talenti ... come una goccia in un mare. La forza della parabola poi poggia anche sull’altra ... “assurdità”: quale creditore condona i debiti ai suoi debitori? Magari li dilaziona, o ne condona forse un po’ (tenete conto che ancora non siamo in tempo di cristianesimo dove, in teoria, si insegna la misericordia e la pietà, e si insegna anche a rimettere i debiti). Ma un re con i suoi servi, in quel tempo là? Bisogna notare appunto che sono servi. Non cittadini liberi. La prima risposta del Re corrisponde bene alle usanze dell’epoca nel mondo greco-romano e nelle altre culture (un ebreo invece, secondo la Legge, non poteva vendere la moglie, i figli e tutte le proprietà di un debitore. Poteva solo colpire il debitore, non tutta la sua famiglia). Ma la seconda risposta, assolutamente no. Il debitore promette di restituire tutto, senza rendersi conto che non sarà mai possibile. Ma nella sua implorazione è sincero. E il Padrone condona TUTTO.
Questo povero debitore, però, non ha lo stesso senso di compassione del suo re, e fa gettare in carcere un altro servo come lui che gli doveva “soltanto” (si fa per dire!) 100 denari. Non pochi. Ma in confronto a 10.000 talenti ...! Il re allora lo punisce severamente, e annulla la sua pietà precedente. La faccenda pratica è semplice – si fa sempre per dire ! –: se un mio fratello, mi chiede perdono sinceramente tutte le volte che pecca contro di me, devo perdonarlo. Sempre. Non a caso ho scritto “mi chiede perdono sinceramente”. Da tutti gli insegnamenti di Gesù, e dal Suo stesso modo di comportarsi, è sempre evidente che Gesù vuole e suppone l’onesta e la sincerità in tutti. Non si fa prendere in giro: è chiarissimo in questa stessa parabola. Come faccio a sapere se uno mi chiede scusa sinceramente? I fatti concreti me lo devono dire, ma non il fatto che ricada tante volte. Quello purtroppo fa parte della nostra debolezza. Si vede subito se uno, nonostante le cadute, si sforza di cambiare. Se no, la severità è l’unica carità che può costringerlo a cambiare, assieme alla preghiera per lui. Ce lo diceva Gesù stesso Domenica scorsa. Pace e Bene. Sul “settanta volte sette”, o “settantasette volte” secondo alcuni codici antichi che ci riportano il Vangelo (anticamente c’erano molte e molte copie della Scrittura, come del resto oggi: è ancora il libro più stampato in tutte le lingue possibili e immaginabili), vi dico solo che probabilmente fa riferimento alla vicenda di Caino e di Lamech. Per saperne di più leggeremo il libro della Genesi al capitolo 4, dal versetto 1 al versetto 24.
Aggiungo. Sì, anche se dispiace dirlo, dobbiamo però dirlo: un conto è essere disposti al perdono, un conto è perdonare, un altro conto è farsi sopprimere sempre, o prendere in giro sempre e, peggio, lasciare che l’altro faccia sempre ciò che vuole. Soltanto nei casi in cui non possiamo fare assolutamente niente, possiamo semplicemente subire e vivere tutto nella preghiera interiore. Diversamente, abbiamo l’obbligo di rispettare e far rispettare la nostra dignità. Se poi di mezzo ci vanno anche altri oltre a me, devo cercare di togliere il male, se posso. E Gesù con il Suo comportamento e con le Sue parole questo ce lo insegna molto bene. A dire, in altre parole: “Io Ti perdono, e prego per essere sempre capace di farlo, ma Tu devi impegnarti a cambiare vita. A cambiare carattere, a essere persona civile e decorosa. Se no, da me non puoi avere niente, perché distruggi te stesso, me e anche gli altri. E questo è contro di te, contro di me, contro gli altri, e prima di tutto e sempre contro Dio, che è il centro della mia vita, il Mio Amore, il centro dell’Universo. Il centro dell’Universo non sei né tu, e nemmeno io”. C’è quella bella battuta che gira da un po’ di tempo, e che esiste anche in biglietti, o stampata nelle magliette ... Anche in oggetti calamitati da mettere, per esempio, nel frigorifero della cucina: “Tranquillo: Dio esiste, ma non sei Tu. Quindi rilassati”. Applicando alla nostra vita spicciola quotidiana quello che Giovanni scriveva di Gesù, quando commentava le reazioni della folla ai primi miracoli [Gv 2,23-25: molti credettero nel nome di Gesù ... ma Lui, da parte Sua, non si affidava a loro, dal momento che conosceva tutti, e non aveva bisogno che alcuno gli testimoniasse qualcosa su un uomo poiché conosceva ciò che c’era nel cuore di ogni uomo], applicando dunque questo, direi così: notate: Giovanni usava lo stesso verbo – pistéuein / pisteuvein – costruendolo in maniera differente nella sintassi, e così modifica il significato dell’espressione usando lo stesso verbo; noi invece usiamo due verbi differenti ma che hanno la stessa radice - fid -. Guardate ... ⇨: ... ... quando si ha a che fare con gli altri, per tutte le cose ma soprattutto per quelle serie, dobbiamo anzitutto essere sufficientemente sicuri di noi stessi, essere sicuri che siamo solidi e decorosi/decenti, e quindi ben consapevoli che anche noi siamo fragili. E sapere quanta fatica facciamo, a volte, per stare in piedi e non cadere. Posto questo, allora dobbiamo sempre dare fiducia agli altri, soprattutto quando abbiamo nei loro confronti un compito di educazione, o viviamo sempre o normalmente al loro fianco; ma – se conosciamo la loro fragilità o le loro cadute ripetute – non dobbiamo fidarci ciecamente. Dobbiamo stare attenti, vigilare. Questo non è essere falsi: questo è essere concreti, attenti, premurosi veramente, e capaci di educare e aiutare davvero.
È essere veramente cristiani, perché è essere proprio come Gesù, l’unico educatore perfetto. Un conto è dare fiducia, perché la persona cresca, cambi se necessario, e tiri fuori il meglio di sé, un altro conto è fidarsi, il che comporta non stare più attenti a quello che fa. Certo, se la persona non mi ha mai dato motivo di dubitare, starò tranquillo, e mi fiderò. Ma, anche in questo caso, conoscendo la cattiveria del mondo e le fragilità dell’essere umano, pregherò sempre perché colui/coloro che amo, rimangano sempre solidi. Dunque, dare fiducia non è lo stesso che fidarsi. Fare questa confusione, in certi casi, è un disastro, perché può lasciare la porta aperta a tragedie. Un’altra ‘cosa’ importante, che accenno soltanto e lascio alla vostra/nostra meditazione: la severità del re/Gesù nella parabola si spiega perché ha una misericordia senza limiti. E, proprio perché ha una tale misericordia, il Re/Gesù si può permettere di essere così severo. Vi ricordate quando in altre parabole che parlano dell’essere sempre pronti e vigilanti, Gesù dice a quelli che cercano di entrare nel palazzo dopo che la porta è stata ormai chiusa e non sarà più aperta, “Non vi conosco!” ? Oppure, quando il Re fa buttare fuori dalla sala del banchetto uno che aveva voluto entrare senza prepararsi però bene con l’abito bello? Questa severità ha il suo fondamento sulla Sua “incredibile” misericordia. Preghiamo ognuno per l’altro, per avere sempre più la capacità di implorare perché ognuno di noi possieda un cuore misericordioso e al tempo stesso vigile e non ingenuo. Vi benedico.

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