E MADAMA BUTTERFLY RICONQUISTA IL SUO MITO. AL TEATRO VERDI ALBERTO TRIOLA TORNA A METTERE IN SCENA L'OPERA GIAPPONESE DI PUCCINI. DIREZIONE EMOZIONANTE DEL GIOVANE GIULIO PRANDI, FELICE IL DEBUTTO DI OLGA MASLOVA IN CIO-CIO-SAN
Ancora Madama Butterfly, ancora Puccini… Sono discorsi che ho sentito fare al termine della prima rappresentazione di Madama Butterfly, l’immortale capolavoro del genio di Lucca, nella produzione di Alberto Triola che tornava sul palcoscenico del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Trieste. La prima volta, nell’aprile del 2019 mi colpì positivamente ma ne conservavo, chissà perché, un ricordo sbiadito e nel 2021 in epoca di confinamento, non tornai a teatro per precauzione, dovendo assistere una persona molto anziana. Lo faccio ora, e devo dire che i commenti negativi mi hanno un po’ infastidito.
Una signora mi ha rivelato che questa era la sua prima Butterfly a teatro, immaginando che io l’abbia ascoltata dappertutto. In realtà i titoli di grande repertorio difficilmente vado ad ascoltarli se non nel teatro di casa, ossia il mio amato Teatro Verdi di Trieste.
La mia prima Cio Cio San, nel dicembre del 1966 fu Mietta Sighele, che a Trieste arrivò reduce dalla vittoria nel Concorso di Spoleto – e qui il mio ricordo va a Michelangelo Zurletti, che tanto ho apprezzato in vita e con cui siamo stati buoni amici -, la Sighele dicevo fu Butterfly al Verdi dopo esservi stata Mimì nello spettacolo di Menotti che la rivelò a Spoleto, poi in Onegin, in Manon con Di Stefano e in una ripresa di Vanessa di Barber che fu rappresentata nella traduzione italiana come allora usava. Suzuki era Laura Zannini, di recente scomparsa, Pinkerton il tenore Tagger e Sharpless il baritono Marco Stecchi che con i complessi del Verdi incise per la Deutsche Grammophon Il Barbiere di Siviglia sempre diretto da Arturo Basile che all’epoca era direttore stabile a Trieste.
Nel 1972 il Maestro Toffolo, direttore artistico, chiamò dal Canada un’oriunda italiana, Maria Pellegrini e l’affidò alle cure di un pucciniano doc, Maurizio Arena. Anna Di Stasio fu, come nell’incisione EMI diretta da Barbirolli, una splendida Suzuki, Bondino si presentò in Pinkerton e il baritono che sfidò la Callas al Met in Lucia di Lammermoor, fu uno sbiadito Sharpless non dovendo relazionarsi con le furie della Divina.
Nel 1979 Elena Mauti Nunziata fu Butterfly in una produzione poco interessante dell’opera giapponese di Puccini. Nel 1984, sulla scia di Leontyne Price, un soprano di colore si esibì al Verdi come Butterfly: Marion Vernette Moore.
Nel 1989, ero da poco rientrato a Trieste da Roma abbandonando il posto fisso a Repubblica, fu il turno di Adriana Morelli, promessa non mantenuta della ribalta operistica del Bel Paese, che ebbe discussioni con il regista Stefano Vizioli. Le riferì in un’intervista al quotidiano locale creando un clima sgradevole. Peccato perché lo spettacolo, che utilizzava una scenografia di Aldo Rossi, era di grande impatto. Pinkerton fu in quell’occasione Nazzareno Antinori. Nel 1997 alla ormai demolita Sala Tripcovich apprezzai lo spettacolo di Ulisse Santicchi e la direzione misurata di Tiziano Severini. La protagonista era Giovanna De Liso, molto brava ma dalla parabola breve.
Nel 2002 Madama Butterfly tornò sul palcoscenico del Verdi con una splendida Fiorenza Cedolins nel bello spettacolo di Tiezzi, per la direzione di Carminati.
Nel 2005 debuttò in sede una Madama Butterfly made in Trieste messa in scena da Giulio Ciabatti con scene di Pierpaolo Bisleri che presentava sul podio l’idolo dei triestini Daniel Oren, la protagonista era Sun Xiu Wei molto sostenuta dal teatro, ma non memorabile. Qualche anno dopo l’avrei ritrovata a Pechino in Il ragazzo del risciò.
Lo spettacolo di Ciabatti e Bisleri fu ripreso a Trieste nel 2010 e nel 2014, lo seguii in tournée sia a Cipro, con Silvia Dalla Benetta, sia a Seul, con Mina Yamazaki. Fu anche rappresentato al Teatro Nazionale Sloveno di Lubiana.
Fuori Trieste ricordo di aver seguito lo spettacolo di Vizioli sia alla Fenice, sia a Parma con la Divina Kabaivanska ancora in gran forma. Ricordo a Parigi la versione di Bob Wilson che vidi più d’una volta, lo spettacolo della Fenice a Lubiana con una straordinaria Rebeka Lokar e Vincenzo Costanzo, e qui il cerchio si chiude con l’elegante Butterfly secondo Alberto Triola, che a Bologna m’aveva fatto presentare la prima edizione del mio Piero Cappuccilli, un baritono da leggenda, Comunicarte editore.
Per il Verdi Triola la creò con la collaborazione di Emanuele Genuizzi e Stefano Zulli per le scene, essenziali, di Sara Marcucci per gli splendidi costumi e di Stefano Capra per il disegno luci, molto indovinato. E’ una Madama Butterfly evocatrice, in cui realtà e sogno che popolano la mente della protagonista quindicenne, si mescolano sul palcoscenico in una visione neoclassica del Giappone che rimanda alle architetture di Trieste.
La ripresa rende lo spettacolo più capzioso, in qualche modo più emozionante. Certo è configurato sui ritmi lenti di vita di un Sol Levante d’epoca, oggi Tokyo è una città frenetica, ma è evocatore dello spirito pucciniano come non mai e delle piccole cose che Cio-Cio-San canta al suo amore nel primo atto.
La direzione di Giulio Prandi è in sintonia con lo spettacolo di Triola, adotta ritmi lenti ma non troppo, utilizza l’Orchestra stabile del Verdi galvanizzandola e portandola a sfoderare un gioco di colori invidiabile e a fraseggiare d’intesa con il palcoscenico. Non è poco.
Questo, per la cronaca, era il primo Puccini per il giovane Prandi, specialista del barocco che davvero dirige con l’energia di chi ama profondamente la musica e ne esplora ogni sfumatura come recita il suo curriculum vitae. Missione compiuta Maestro, Puccini fa per lei!
Oltre che un abile direttore, Prandi è un concertatore di eccellente qualità. Sa accompagnare i cantanti con dedizione e sa ottenere dal Coro, magnificamente preparato da Paolo Longo, la struggente nostalgia del canto a bocca chiusa che chiude il secondo atto.
Molti i debutti in palcoscenico, a cominciare dalla protagonista Olga Maslova che a suon di Nabucco e Turandot sta mettendo a dura prova una vocalità di notevole spessore, forte di un registro acuto saldo, ma già indebolita in quello medio-grave.
L’artista risponde bene al massacrante personaggio e cresce nel corso dell’opera. Prandi le chiede di non forzare, e così fa il soprano, il regista le chiede gesti evocativi, non clamorosi, e il suggerimento è preso alla lettera.
Se non fosse per un’aria d’ingresso che la vede troppo lontana dall’orchestra e affrontata con troppa cautela – del resto è rischiosissima, solo Rosetta Pampanini era in grado di farsi sentire mi confidò il Maestro de Banfield quando feci ascoltare, nel corso di un incontro al Ridotto del Verdi su Butterfly cui parteciparono anche Ciabatti, Bisleri e la Suzuki di Nicoletta Curiel, il Cd tratto dal disco EMI che fu il primo che mio padre mi diede da recensire, nel primo articolo che firmai, sia pure con le sole iniziali, per il Piccolo. Il testo non lo ricordo, il titolo, che fece mio padre, il Direttore responsabile, sì: una Butterfly da mito.
Pinkerton è il personaggio odioso che sappiamo, Antonio Poli ne è interprete convincente, meno odioso di quel che dovrebbe, ma Butterfly è la storia di un’amore travolgente e travolge anche l’ufficiale di marina sciupafemmine.
Ambrogio Maestri restituisce, con bel suono e fraseggio intenso, l’umanità di Sharpless, vox clamantis nel deserto sentimentale che il testo di Illica e Giacosa derivato da Belasco rappresenta.
Suzuki è Michela Guarnera, ed è ottima, come sono ottimi Andrea Schifaudo in Goro, Dario Giorgelé spiritato Principe Yamadori, e, naturalmente, lo Zio Bonzo la cui scena è di grande effetto di Yongheng Donn, un po’ rigida la Kate di Irina Popova e bene tutti gli altri.
Al termine della recita cui abbiamo assistito, grande e meritato successo per tutti. E dal Teatro Verdi di Trieste è tutto.
3/04 di Rino Alessi Foto: Fabio Parenzan Info: www.teatroverdi-trieste.com bellaunavitaalloperablogspot.com




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