LOHENGRIN, PRIMA OPERA DI WAGNER ARRIVATA IN ITALIA, E' STATA ANCHE LA PRIMA CHE ASCOLTAI AL TEATRO VERDI DI TRIESTE IN ITALIANO, POI A LUBIANA, A PARIGI, A LONDRA, A BOLOGNA E FINALMENTE ALLA FENICE
Lohengrin, scritta e composta da Richard Wagner, è un'opera romantica tedesca secondo la definizione del suo Autore; si tratta della sua sesta composizione in ordine cronologico. La fonte è il poema epico medievale tedesco Parzival di Wolfram von Eschenbach. Lohengrin, ossia il cavaliere del cigno, uno dei custodi del Santo Graal, è infatti figlio di Parsifal, mitico cavaliere della Tavola rotonda, a sua volta protagonista dell'ultimo dramma di Wagner, scritto trent'anni dopo.
La prima rappresentazione si tenne a Weimar nel 1850 e fu curata da Franz Liszt, amico e sostenitore - e futuro suocero - di Wagner, all'epoca in esilio perché coinvolto nei moti del 1849...
La prima italiana, - Lohengrin fu la prima opera di Wagner a essere rappresentata sulle scene nazionali - ebbe luogo nel 1871 al Teatro Comunale di Bologna, a una delle repliche assistette, nascosto in un palco, Verdi.
Fra i brani più noti dell'opera non si può non citare il celebre coro nuziale, all'inizio dell'ultimo atto, ancora oggi eseguito in occasione delle sempre più rare cerimonie nuziali, sia civili, sia religiose.
Per venire a cronache più recenti, il mio debutto come spettatore di un’opera di Wagner avvenne al Teatro Verdi di Trieste che a metà anni Sessanta chiuse la sua stagione lirica proprio con l’opera romantica del Cigno di Lipsia. L’esecuzione era in lingua italiana e la direzione d’orchestra era stata affidata dal Sovrintendente Antonicelli a Otmar Suitner, una bacchetta sicura, se non egregia.
La compagnia puntava su due debutti di artiste triestine, la mitica Fedora Barbieri in Ortrud e, per l’evanescente personaggio di Elsa, la prima apparizione scenica della giovane Ileana Meriggioli. Alla prima, andò male per tutte e due: Elsa fu sostituita a tambur battente da Angela Vercelli e Ortrud nel corso della recita cedette il suo posto a Daniela Dinato. Alla recita domenicale cui mi accompagnò, i miei genitori si erano da poco separati e quella domenica erano entrambi impegnati nel pomeriggio, la cara Rosetta, la nostra collaboratrice domestica ampezzana, cui ho sempre voluto un gran bene.
Lohengrin era il tenore australiano Ken Neate, un uomo atletico che la Rai aveva affiancato a Gigliola Frazzoni in una Fanciulla del West televisiva. Da Puccini passò con disinvoltura a Wagner il bel Neate, ma anche lui non era in forma smagliante, non ebbe però bisogno di sostituzioni.
Elsa aveva invece le sembianze spigolose della Meriggioli, riappropriatasi del suo debutto passata la tempestosa prima, e in Ortrud si ricorse a una specialista del personaggio diabolico, Dora Minarchi. Anni dopo, Fedora Barbieri dovette ammettere che accettare quel debutto fu un grave errore.
Telramund era un baritono da poco scomparso e all’epoca giovane, Silvano Carroli, di bell’aspetto e buona voce, Enrico l’Uccellatore ossia Heinrich der Vogler, era il basso Lorenzo Gaetani, voce notevole anche la sua.
Negli anni Settanta del secolo scorso il Teatro Verdi di Trieste assegnò a Giuseppe Patané il Wagner di Lohengrin, e anche questa volta si scelse la versione italiana – nel complesso orribile – di Salvatore Marchesi, un giornalista siciliano che si specializzò nelle traduzioni di libretti d’opera e cui si deve l’ineffabile verso “Mercé, mercé, cigno gentil” con quel che segue, compreso l’un tempo celeberrimo “Mai devi domandarmi” che tanto colpì Natalia Ginzburg.
Dell problematiche legate alle traduzioni dei libretti d’opera dal tedesco e dal francese in italiano mi occupai, su invito del Professor David Snelling, allora Preside della Facoltà di Traduzione e interpretazione della Scuola per Traduttori e Interpreti dell’Università di Trieste, e scelsi, oltre a Carmen di Bizet, in rappresentanza del repertorio francese, proprio Lohengrin di Wagner, ossia il mio primo Wagner in assoluto come spettatore.
Anche a Patané l’allora Direttore artistico del Teatro Verdi di Trieste Raffaello de Banfield offrì un cast di tutto rispetto. Lohengrin era stato affidato alla voce tenorile all’epoca molto ammirata di Giuseppe Giacomini, uomo però dal carattere instabile e facile a farsi prendere da attacchi di panico sulla scena. Accadde anche in quell’occasione e a sostituirlo, - l’epoca del Wagner all’italiana andava scemando, - fu chiamato un tenore tedesco, Hermin Esser, abile nei jumping up dell’ultimo minuto.
Non conosceva, però, il sostituto la versione italiana e così, come anni prima ne I Maestri Cantori dove la Meriggioli diede forfait e fu rimpiazzata da una collega croata, la recita fu bilingue. In tedesco il protagonista, tutti gli altri in italiano. E gli altri erano la candida Maria Chiara, Elsa, la luciferina Bianca Berini, Ortrud a sua volta sostituita da Silvana Mazzieri per qualche sera.
Carroli in Telramund e Gaetani, Enrico l’Uccellatore furono riconfermati a dieci anni di distanza. L’Araldo, ossia der Herrrufer des Königs, era un giovane e sfortunato baritono, sarebbe morto giovane purtroppo, Antonio Salvadori. Questo per dire che mettere in scena Lohengrin, non è affatto facile.
Una terza versione triestina di Lohengrin, questa volta in lingua originale, l’ho proprio dimenticata.
A Genova, al Teatro Carlo Felice, ebbi modo di ascoltare un Lohengrin in forma di concerto diretto magistralmente da Anthony Pappano, all’epoca non ancora Sir.
Fra gli interpreti svettava l’ex amante di Wieland Wagner, Anja Silja, che da Elsa era passata al personaggio di Ortrud, e il cui avvento sulla sacra collina le costò subito di essere ribattezzata dai familiari di Wieland, “die Hure des Kurfürstendamms”, la puttana della Kurfürstendamm, la principale strada di Charlottenburg, Berlino Ovest. Secondo Wieland la sua apparizione in Senta (Der Fliegende Holländer) e poi in Elsa a Bayreuth, significava viceversa la fine delle oche borghesi del Belcanto. Anche in concerto la sua Ortrud fu fantastica e mise in ombra la placida Elsa di Melanie Diener. Jonas Kaufmann era il protagonista.
Nel 2002 Daniele Gatti, che dell'opera diede secondo Giacomo Cane su il Manifesto, un'interpretazione tutta positivamente poggiata sul libretto, traendo dalla musica soprattutto gli aneliti al trascendere, l'allure misteriosofica di forte impianto lisztiano che tutto sollecita all'ascesi, all'indiarsi, all'avvenire come destino categoricamente inscritto nell'eroe incommensurabile, bene il Maestro Gatti inaugurò la stagione lirica del Teatro Comunale di Bologna con un Lohengrin che non mantenne tutte le promesse. Nella compagnia s'impose il vigoroso Telramund di Lucio Gallo, che con questo personaggio entrò, primo italiano, nella storia di Bayreuth.
Le scene di Giacomo Andrico, e l'azione di Daniele Abbado furono in funzione di quest'epica che il Msanifesto riscontrò, come del resto l'eccellente coro, la misera e intontita Elsa di Emily Maghee e lo statuario Lohengrin di Christopher Ventris. Lucio Gallo e Linda Watson si agitano impotenti nella loro arrampicata al Brabante, mettendo un po' di peperoncino maligno e perdente, dunque dannato, in quest'apologia dell'alleanza dei veri tedeschi col supremo. La Necessità non tiene conto affatto della dialettica. Mistico è il golfo, mistica l'azione, mistico il teatro in cui si svolge.
In quel periodo vidi un Lohengrin anche al Festival di Lubiana in una produzione non memorabile dell’Est Europa, mentre all’Opéra Bastille di Parigi fui testimone di una recita molto controversa.
Correva l’anno 2007, Direttore dell’Opéra National de Paris era il belga Gérard Mortier che il pubblico parigino mal digeriva. Propose un Lohengrin molto promettente affidandolo alle cure di Valery Gergiev assistito dal valido Michael Güttler. Robert Carsen era il responsabile della regia, molto centrata come quasi sempre negli spettacoli del canadese.
Waltraud Meier era un’Ortrud degna del ricordo della Silja, Ben Heppner, canadese anche lui, un Lohengrin un po’ sovrappeso, ma valido.
Due artisti russi erano Telramund e il Re, Elsa viceversa era francese e fortemente protetta da Mortier, “La mia primadonna intellettuale” la definiva, al secolo Madame Mireille Delunsch che, come era immaginabile, si rivelò inadeguata al personaggio, esigente, di Elsa von Brabant.
Innervosito dal ritardo con cui lo spettacolo, per un imprevisto dell’aereo su cui viaggiava da Mosca Gergiev, iniziò in un pomeriggio domenicale diretto dall’assistente Güttler, il pubblico - al confronto fra le due donne nel secondo atto dell’opera - beccò i numerosi vuoti di fiato di Madame Delunsch che fu offuscata dalla forza viperina con cui Waltraud la assediava.
Nel frattempo il Maestro era arrivato dalla Russia ma era stanco e pregò Guttler di terminare lui la recita. Agli applausi finali l’incolpevole assistente e la Primadonna intellettuale furono fischiati in modo brutale da un pubblico inferocito, che riservò a Heppner e soprattutto alla magnetica Meier autentiche ovazioni.
Nel 2009 regalai a mia nipote Agnese e al suo non ancora marito Tom una rappresentazione di Lohengrin al Covent Garden.
Londra è una città che non amo, e l’inglese è una lingua cui il mio cervello, allenato fin da ragazzino alle dure leggi grammaticali del tedesco, non si adegua. Troppo semplice e scontato.
Però Bruno Campanella m’aveva invitato ad ascoltare L’Elisir d’amore che avrebbe diretto al Covent Garden dove era di casa, e dove gli avevano affidato lo spettacolo di Pelly nato a Parigi e poi sempre in giro, in tutto il mondo.
Con Bruno, dalla memoria prodigiosa, ci sentivamo spesso. Mi chiedeva sempre ragguagli, mi affidano una Lucia a Vienna con Annick Massis, ne vale la pena? Tanto per fare un esempio.
Io lo stimavo, e lui stimava me, e mi chiedeva, lui!, consigli su spettacoli, regie, cantanti.
Qualche volta lo raggiungevo, ma ci siamo incontrati soprattutto a Trieste, cui Bruno era affezionato perché dirigendo l’Orchestra del Teatro Verdi, fece il suo debutto al Festival di Spoleto.
Quella sera, sapendo che sarei tornato la sera successiva per il Lohengrin diretto da Semyon Bychkov che aveva appena intervistato a Parigi, mi presentò a Pappano, pregandolo di accompagnarmi al camerino del Maestro dopo lo spettacolo.
Pappano lo fece. Mia nipote apprezzò molto la storia d’amore di Lohengrin, ne sopportò la lunghezza. Tollerò la stazza del protagonista Johann Botha, io ebbi il piacere di riascoltare un’Elsa altoatesina molto brava, Edith Haller che avevo ascoltato al suo debutto in Falstaff accanto a Paolo Rumetz.
Bychkov fu molto gentile, si ricordava dell’incontro precedente in cui avevamo a lungo parlato del rapporto Verdi-Wagner che aveva illuminato con le sue parole. Fu una bellissima serata.
Dal Covent Garden si torna all’Opéra Bastille nel 2023 e qui riproduco quanto scrissi sul mio Blog e su Le Salon Musical in un articolo che metteva a confronto un brutto Don Giovanni mozartiano in cui avevo perso il Leporello di Alex Esposito che avrei molto tenuto ad ascoltare, e l’opera romantica di Wagner.
Più articolato il discorso sul nuovo, questo sì, allestimento di Lohengrin. Serebrennikov pone al centro della vicenda Elsa di Brabante che vive reclusa in una sorta di ospedale psichiatrico e la cui figura è duplicata e in certi casi triplicata da una serie di figuranti che ne rappresentano il malessere. La scena è cupa e non si rischiara nemmeno quando appare Lohengrin, che alla recita cui abbiamo assistito non era Piotr Beczala, vittima di un male di stagione e sostituito con valore, a tambur battente, da un Klaus Florian Vogt molto compenetrato nel personaggio e più che convincente. Sulla coppia luciferina le fantasie del destrutturatore di drammaturgie wagneriane opera con grande dovizia di immagini choc, come quella del risveglio di Telramund all’inizio del secondo atto, accudito amorosamente da una Ortrud infermiera provetta che gli restituisce l’immagine ufficiale ottemperando all’ingrato compito di ristemargli l’arto artificiale che gli permette di camminare e vestendolo di tutto punto.
Ma se dovessimo elencare tutti i gesti o le situazioni incongrue o quanto meno inutili a rappresentare Lohengrin la lista sarebbe troppo lunga. Il fatto è che, nonostante i fischi che lo hanno accolto alla prima, questo è un Lohengrin che ti prende. Certo le figurazioni, i filmati e tutta la paccottiglia di modernità che gli sono messe in conto, non aiutano a comprendere il fascino di Lohengrin, o quanto meno non gli danno un nuovo volto. Ma l’esecuzione musicale, nel complesso buona, e di questi tempi non è scontato, restituisce a Lohengrin quello che a Lohengrin appartiene, il suo carico di sentimenti estremi e spesso contraddittori, che vanno ben oltre i letti di detenzione o le protesi a vista di spettatore che finiscono per diventare elementi di disturbo che non disturbano, o quanto meno disturbano moderatamente.
Venendo a parlare finalmente di musica la concertazione e direzione di Alexander Soddy sceglie, in genere, tinte tenui, pensiamo già al modo delicato con cui introduce la vicenda, e non è in linea con la rappresentazione guerresca dell’allestimento. Ci restituisce però la magia di Wagner e di questo Wagner in particolare, così legato ancora alla tradizione operistica italiana da cui si sarebbe ben presto allontanato. L’Orchestra stabile dell’Opéra gli risponde al meglio delle sue possibilità, alternando ai piani quasi impercettibili dell’avvio, momenti di suono pieno ben calibrati che bene sostengono gli interventi di un coro in stato di grazia e magnificamente preparato da Ching-Lien Wu.
La compagnia è ben calibrata, del sostituto di lusso Vogt abbiamo detto, meno centrata è la raffigurazione di Elsa da parte del soprano irlandese Sinéad Campbell-Wallace, voce dal vibrato molto intenso ma poco comunicativo, poco portata a restituire al canto dell’eroina i momenti di raccoglimento e introversione spostata com’è, complice la regia, verso un’estroversione prevaricante. L’Ortrud di Nina Stemme è su un altro pianeta espressivo e realizza della malefica di turno un ritratto compiuto, con fraseggio dovizioso, recitazione che rifiuta ogni platealità, insomma anche in questa fase il soprano svedese che rientrava alla Bastille dopo una lunga assenza – la sua Fanciulla del West parigina risale al 2014, - è un elemento di primo piano. Più risaputo e sostanzialmente monocorde e vociferante nella sua sete di rivalsa è il Telramund di Wolfgang Koch, mentre vanno salutate con rispetto le prove sia del Köng Heinrich der Vogler del basso Kwangchui Youn, sia quella dell’Araldo del basso-baritono Shenyang.
Aggiungiamo per dovere di cronaca i nomi di Olga Pavluk, scenografa, Tatiana Dolmatovskaya, costumista, Frank Evin, responsabile del disegno luci, Alan Mandelstham, autore dei video, Evgeny Kulagin, coreografo, per non dire del Dramaturg Danili Orlov.
La recita cui abbiamo assistito è stata salutata da un caloroso successo da una Bastille quasi piena.
Quanto all’ultimo Lohengrin, quello veneziano diretto da Michael Stenz e messo in scena da Damiano Michieletto, l’ho molto apprezzato, non ne scrivo perché ho seguito la prova antegenerale e recensire uno soettacolo in preparazione sarebbe poco professionale. Posso dire soltanto che il protagonista Brian Jadge dopo un primo atto in cui lo sentivo in difficoltà, ha semplicemente accennato la sua parte tanto da farmi pensare che forse, alla prima, come fece la Barbieri del mio primo Lohengrin, dovrà gettare la spugna. Chi vivrà… con quel che segue.
9/04 di Rino Alessi Info: www.teatrolafenice.it bellaunavitaalloperablogpost.com









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