SCHUBERT E LA SUA BELLA MUGNAIA ALLA SALA BEETHOVEN DI VIA CORONEO PER IL CICLO LIEDERISTICO DELL'ASSOCIAZIONE SCHILLER DI TRIESTE. Sala piena e applausi per Lucas Somoza Osterc e Cristina Santin

Non sono esperto di numerologia, ma il 28 è un numero che ricorre spesso nella mia vita. Un 28 febbraio nacque mio fratello, e un 28 ottobre è morta mia madre, i due destini si sono incrociati e mi hanno segnato positivamente. Lo scorso 28 marzo la terza rassegna dedicata al Lied dall’Associazione Culturale Friedrich Schiller di Trieste eseguiva davanti a un pubblico scarso ma partecipe un programma austero, dedicato a Brahms e Mahler. Ieri sera, 28 aprile, per l’integrale schubertiana del celeberrimo ciclo Die schöne Müllerin (La bella mugnaia) la Sala Beethoven di via Coroneo era quasi piena. Un bel risultato.
Se per Brahms e Mahler l’esecuzione era stata impeccabile, non possiamo dire lo stesso per quello che è il più noto fra i cicli di Wanderlieder, un genere di Lied specifico in cui sono cantate l’allegria, la spensieratezza e il buonumore di un viaggio senza meta. Gli stessi che Heinrich Heine racconta in prosa nella sua godibile Harzreise (Il viaggio nello Harz). I venti canti di cui si compone Die schöne Müllerin erano affidati alla voce di un baritono argentino di origini slovene, Lucas Somoza Osterc, chiamato in extremis a sostituire un collega. Dobbiamo essere grati a questo giovane musicista per essersi inserito con disinvoltura nella programmazione dell’Associazione Schiller e per essersi affiatato con l’altra parte del duo, la valente pianista Cristina Santin.
Pure, qualcosa, alla fine, non ha funzionato. O meglio qualcosa nell’organizzazione vocale di Somoza Osterc va perfezionato sia nell’enunciazione del testo di Wilhelm Müller (1794-1827), dalle cui Sieben und siebzig Gedichte aus den hinterlassenen Papieren eines reisenden Waldhornisten (Settantasette poesie dalle carte postume di un suonatore di corno itinerante) Schubert enucleò il ciclo che scrisse nel 1823, sia nel sostegno del suono, che non è particolarmente voluminoso a voce piena, ma nei tentativi di smorzarlo e fletterlo perde consistenza. Il risultato è che la vivacità dei Lieder più mossi è in buona sostanza rispettata, mentre in quelli più meditativi e riflessivi, voce e pianoforte non sono all’unisono. L’esecuzione è corretta, merita gli applausi che l’hanno salutata al termine dell’ora abbondante di musica, ma alla fine è monotona e difficilmente cattura l’attenzione dell’ascoltatore più attento.
Del resto se è vero che non ci sono più le voci liriche dei Del Monaco, Corelli e Cappuccilli, anche quelle liederistiche di un Fritz Wunderlich o di un Hermann Prey sono oggi difficili da trovare. Ma per tornare a Die schöne Müllerin, poeta e musicista erano quasi coetanei e Müller morì come Schubert molto giovane, ma fece in tempo ad avere una discreta fama, grazie al suo appassionato impegno poetico a favore del movimento d'indipendenza greca e agli apprezzati studi di antichistica. Schubert è entrato, anche grazie ai suoi Lieder, così semplici in apparenza, ma quanto difficili da eseguire, nella mitologia del romanticismo in musica. Il ciclo Ich Lieder dich curato da Elia Macrì, prende ora una piccola pausa e riprenderà a giugno nella Sala del Trono del Castello di Miramare. Ci saremo. 29/04 di Rino Alessi Foto: Giulio Delise Info: www.schillertrieste.it bellaunavitaalloperablogpost.com

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