SUCCESSO PIENO PER LA PRIMA A FIRENZE DI THE DEATH OF KLINGHOFFER CHE INAUGURAVA IL MAGGIO: LA MUSICA DI JOHN ADAMS E IL TESTO POETICO DI ALICE GOODMAN ILLUMINATE DA LAWRENCE RENES DAL PODIO E LUCA GUADAGNINO ALLA REGIA. UNO SPETTACOLO DA PREMIO ABBIATI 2026?
Preceduta dalla cerimonia della consegna dei Premi Abbiati 2025 da parte dell’Associazione Nazionale dei Critici Musicali di cui faccio parte, è andata in scena con grande successo al Teatro del Maggio e per la prima volta a Firenze, The Death of Klinghoffer (La morte di Klinghoffer) di John Adams, opera in un Prologo e quattro atti su libretto di Alice Goodman.
Spettacolo inaugurale dell’ottantottesimo Maggio Musicale Fiorentino e fortemente voluto dal Sovrintendente Carlo Fuortes, The Death of Klinghoffer è un’opera a tutti gli effetti e, come il titolo stesso evoca, rivolge il suo sguardo narrativo a uno dei più rilevanti fatti storico-internazionali degli ultimi decenni: il sequestro dell’Achille Lauro, la nave da crociera italiana dirottata nel primo pomeriggio del 7 ottobre del 1985 da un commando di quattro terroristi del Fronte per la Liberazione della Palestina, una fazione dissidente della ben più nota OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Come dire, un fatto d’attualità che, oggi – a distanza di più di cinquant’anni – torna a essere, purtroppo, vista la situazione politica internazionale, di estrema attualità.
Nel corso delle concitate e frenetiche ore che seguirono il sequestro - che portò, com’è noto, all’uccisione di Leon Klinghoffer, un cittadino americano di religione ebraica, costretto in sedia a rotelle che si trovava in crociera per festeggiare il suo anniversario di matrimonio - gli equilibri internazionali vissero momenti molto delicati – oggi la situazione si ripete - e portarono la relazione diplomatica fra l’Italia e gli Stati Uniti a una situazione complessa che ebbe il suo culmine nella cosiddetta crisi di Sigonella.
The Death of Klinghoffer mi entusiasmò quando lo vidi, nel 2002 alla sua prima italiana che seguiva di undici la prima assoluta (Bruxelles, Théâtre de la Monnaie, 1991) e si svolse in un semideserto Comunale di Ferrara che coproduceva con quello di Modena, non ancora Pavarotti-Freni, uno spettacolo scabro, conciso, essenziale che in qualche misura prefigurava questo altrettanto essenziale, spoglio, conciso che vede Luca Guadagnino, autore anche delle scene, firmare la sua prima regia d’opera. Collaborano con lui Marta Solari per i bei costumi, Peter van Praet per le luci coinvolgenti quanto il testo, in questo caso un’opera d’arte poetica, scritto dalla poetessa Alice Goodman, le cui parole erano illuminate a dovere. Mark Grey è il Sound designer del prologo e dei quattro atti che rappresentano la drammatica vicenda, Berlinde De Bruycker è l’autrice della scultura che tutti osservano e tutti osserva. Ci sono, a rendere unico questo spettacolo bello e accattivante, le coreografie di Ella Rotschild, un nome che odora di affari e attività lucrativa, e davvero la sua coreografia dona ricchezza allo spettacolo e gli permette di svilupparsi costringendo lo spettatore a soffermarvisi un po’ più a lungo, a osservare ciò che l’opera già contiene e riflettere sulle sue parti: compassione, tristezza, perdita, giustizia, violenza, tutte correnti che attraversano con forza il capolavoro di Adams. La coreografia di Rothschild apre leggermente lo spazio, rallenta un tempo già rallentato e per un momento lascia che queste emozioni raggiungano lo spettatore e lo tocchino nel profondo attraverso i movimenti fluttuanti del corpo, oltre che dalle voci che cantano in palcoscenico e dalle parole che sono pronunciate.
Le voci: quelle radunate nella compagnia ascoltata al Maggio sono importanti, a Ferrara il cast era formato da giovani. Laurent Naouri è Lion Kinghoffer, e lo è con estrema naturalezza, da quel grande artista che è. Il Capitano, inerme di fronte ai fatti più grandi di lui che vede srotolarsi di fronte ai suoi occhi, è un convincente Daniel Okulitch in coppia con il Primo Ufficiale di Andreas Mattersberger. Marina Comparato s’incarica di due caratterizzazioni che rende con grande impatto e grande esperienza, ma nell’intervento della ragazza britannica che danza Janetka Hosco è più vivida e brillante. Fra i quattro aguzzini ci pare fin troppo gentile l’efferato Mamoud di Levent Bakirci, un baritono quasi tenorile come oggi è d’uso. Bene anche Roy Cornelius Smith (Molqi), Joshua Bloom (Rambo), Marvic Monreal (Yazmir) e benissimo Susan Bullock, che con grande nobiltà di recitazione e d’accenti canta e recita il personaggio chiave della vicenda, la moglie di Klinghoffer, Marilyn. La commozione che ottiene dall’epicedio che canta nel finale, nuova Brunilde che saluta il suo eroe per entrare nel fuoco, al suo amato è caldo, commovente, catartico.
Da non dimenticare le presenze sceniche dei figuranti, anche quelle dei bambini. E da non dimenticare la prova maiuscola offerta dal Coro del Maggio, quello femminile molto esposto e quello maschile particolarmente vibrante, preparati comme il faut da Lorenzo Fratini. Il tutto, governato dal podio, con autorevolezza e competenza rare da uno specialista delle musiche di Adams Lawrence Renes, cui va tutta la nostra ammirazione. Che dire? Se non fosse che l’ha appena vinto per Der junge Lord di Henze, questa del Maggio potrebbe essere una serata da Premio Abbiati come migliore spettacolo dell’anno 2026.
21/04 di Rino Alessi Foto: Michele Monasta Info: www.maggiofiorentino.it bellaunavitaalloperablogspot.com





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