TURANDOT A FIUME SI SCONGELA: DINAMISMO E RITMO NELLO SPETTACOLO PUCCINIANO AL TEATRO NAZIONALE CROATO IVAN ZAJC FIRMATO DA ARNAUD BERNARD, KRISTINA KOLAR UNA PROTAGONISTA AUTOIRONICA

L'Associazione triestina Amici della lirica Giulio Viozzi è da qualche tempo sostenitrice del Teatro nazionale croato Ivan Zajc di Fiume, l’odierna Rjeka, dall’epoca cioè della sovrintendenza di Marin Blažević e del direttore artistico Petar Kovačić travolti dapprima dalla pandemia che fece ridimensionare, e di molto, il progetto Capitale europea della cultura - Fiume 2020.
Per Fiume e il suo Teatro d'opera il 2020 doveva presentarsi come un punto d'arrivo ma allo stesso tempo una rampa di lancio. Così non fu, l’epidemia globale da Covid 19 ridimensionò la programmazione dall'Opera di Rijeka e non poté creare, come annunciato, in poco tempo una compagine che pensa al futuro, spesso con coraggio e audacia, ed è pronta ad affermarsi anche oltre i confini nazionali. Vi furono delle proposte notevoli, le prime assolute di Tristan und Isolde ed Elektra a Fiume, che riportava nella Croazia filoitaliana due autori - Richard Wagner e Richard Strauss - provenienti da Austria e Germania e poco amati in loco, quindi assai poco rappresentati. La gestione Blažević fu poi travolta dagli scandali che il Progetto Capitale europea della Cultura 2020 portò con sé e il congedo con le smaregliane Nozze Istriane cadde nel disinteresse generale suffragato da uno spettacolo di rara modestia. L’arrivo ai vertici del Teatro Nazionale Croato Ivan Zajc di Dubravka Vrgoč, la nuova sovrintendente, esperta di teatro e già presidente dell'European Theatre Convention, si riappropria delle intenzioni di Marin Blažević, ma a modo suo, punta, infatti, a coproduzioni internazionali, con il Teatro Regio di Parma, per lo spettacolo inaugurale della stagione in corso e nella chiamata di grandi nomi della regia come Emma Dante, di recente designata al Leone d’oro alla carriera dalla Biennale di Venezia che però a Fiume non si è fatta vedere.
Ivana Orleanska ossia la poco rappresentata Giovanna d’Arco di Verdi è stata quindi una scelta azzeccata per la rarità del titolo e il richiamo mediatico che la teatrante siciliana porta con sé, ma nei fatti un fiasco sia per la parte scenica, sia per quella musicale in cui ci si è dovuti accontentare degli artisti residenti della compagnia di Rjeka-Fiume. Urgeva un riscatto, e lo si è avuto con la Turandot pucciniana che, accompagnati dall’Anfitrione Oscar Cecchi, il manipolo triestino dell’Associazione Amici della Lirica intitolato al troppo poco ricordato Giulio Viozzi, cui mi sono aggregato, ha assistito sabato sera al Teatro Ivan Zajc nato italiano nel nome di Verdi e cresciuto croato. La nuova produzione affidata ad Arnaud Bernard che ne firmava in toto la paternità con l’assistenza di validi elementi locali, realizzava uno spettacolo singolare che nelle ridotte dimensioni del palcoscenico fiumano coniugava grandeur tradizionale e una lettura di sapore cinematografico che tramutava Turandot in una principessa ibernata e tenuta nascosta ai più in una mega-cella frigorifera da cui veniva estratto anche suo padre, il figlio del cielo, ossia l’Imperatore Altoum (pallido vocalmente il veterano Sergej Kiselev) costretto su una sedia a rotelle che inizialmente condivide con la figlia.
Questa, vestita di rosa pallido, indossa un paio di occhiali scuri che la rendono cieca al mondo, e si muove in un’area circoscritta del palcoscenico, dove il coro magnificamente preparato da Matteo Salvemini esegue figurazioni e danze che restituiscono il dinamismo che Puccini gli dedica. Dinamici sono anche gli interventi del Mandarino Jure Pockaj che si trasforma in Ping e domina con voce robusta e belle intenzioni di fraseggio il terzetto delle maschere validamente completato da Marko Fortunato (Pang) e Aliaz Zgavac (Pong). La coppia migrante trova in Luka Ortar un Principe Tartaro spodestato di voce usurata ma di forte carica espressiva, e in Liù una Anamarija Knego nel complesso valida scenicamente e molto compenetrata nella parte che prevede per lei non un suicidio per accoltellamento, ma un’esecuzione che la solleva dall’atto contro di sé e che la fulmina sulla sedia dov’è legata all’arrivo della scossa elettrica. Boze Juric-Pesic è un Calaf ipercinetico che compensa nel movimento una vocalità ormai provata, ma tutto sommato in grado di onorare i momenti topici che spettano al personaggio, Vincerò compreso.
E Turandot? E’ una Principessa grandi forme che Krstina Kolar interpreta con convinzione autoironica, trasformandosi al bacio dell’Ignoto in una star di Hollywood pomiciona in abito e occhiali cosparsi di sgargianti paillettes. La vocalità di Kolar è provata ma ancora salda, il fraseggio curato e la restituzione della parola scenica esemplare. Dal podio Valentin Egel domina la complessa partitura pucciniana facendo del dinamismo la sua parola d’ordine. Qualche scompenso nell’equilibrio fonico tra buca e palcoscenico nel primo atto si risolve come gli enigmi di Turandot nel seguito dell’opera che sceglie per il finale la versione ridotta di quello originale di Franco Alfano. Al termine applausi generosi per tutti e teatro, come sempre, carico di energia e di positività. Bella serata, insomma. 12/04 di Rino Alessi Foto e Info: www.hnk-zajc.hr www/lavoce.hr/ bellaunavitaalloperablogspot.com

Commenti

Post popolari in questo blog

A COLLOQUIO CON VALENTINA MASTRANGELO, UNA, NESSUNA E CENTOMILA: SOPRANO, DOCENTE DI CANTO, STUDIOSA DI MUSICA DA CAMERA E ORA ORGANIZZATRICE PER ONORARE UN MUSICISTA DIMENTICATO E LA SUA CITTA', NESTORE CAGGIANO

DOPPIA INAUGURAZIONE NEL NOME DI FIGARO: AL TEATRO VERDI DI TRIESTE A SERE ALTERNE IL BARBIERE DI SIVIGLIA DI ROSSINI E LE NOZZE DI FIGARO DI MOZART: SUCCESSO PER TUTTI, MA SOPRATTUTTO PER PIER LUIGI PIZZI

CANDIDE DI LEONARD BERNSTEIN CHIUDE LA STAGIONE LIRICA 2024/2025 DEL TEATRO VERDI DI TRIESTE