ELEKTRA CHOC: AL TEATRO VERDI DI TRIESTE ESECUZIONE MEMORABILE DELL'ATTO UNICO DI RICHARD STRAUSS SU TESTO DI HOFMANNSTHAL. ECCELLENTE LA PROVA DELL'ORCHESTRA E DEL CAST GUIDATI DA ENRICO CALESSO, AFFASCINANTE LO SPETTACOLO DI MARCO FILIBERTI

Chi non si è sentito, almeno una volta nella propria vita, sull’orlo di un baratro? Ascoltare Elektra, un atto, due ore buone di musica, di Richard Strauss su libretto di Hugo von Hofmannsthal, che lo derivò dalla sua tragedia Elettra che a sua volta si rifà alla tragedia omonima di Sofocle, ti da questa sensazione.. L'impatto della violenza dell'opera sull'ascoltatore è devastante, e, al termine dell’esecuzione – mirabile – cui ho assistito venerdì sera al Teatro Verdi di Trieste, mi è stato difficile riconoscere una gentile signora che voleva comunicarmi il suo entusiasmo per la rappresentazione che si era appena conclusa tra applausi e vivaci manifestazioni di plauso.
Insieme a Salome che la precede di poco Elektra (Dresda, 1909) rientra nel primo periodo del teatro musicale di Strauss, caratterizzato in chiave espressionista. L'orchestra, molto nutrita, che lo spettacolo di Marco Filiberti colloca sul fondo del palcoscenico mentre l’azione si consuma fra proscenio e platea, tiene i fili di un discorso musicale caratterizzato da aspre dissonanze e sonorità parossistiche, spesso travolgendo – ma non in questo caso - le voci cui è affidato un canto prevalentemente declamatorio. L’allestimento – una nuova produzione del Teatro Verdi firmata da Filiberti con la collaborazione di Benito Leonori per le scene, Daniele Gelsi per i magnifici costumi, di Alessandro Carletti per il disegno luci, di Emanuele Burrafato per i movimenti scenici, con il contributo video di Mario Spinaci – è coinvolgente, come lo è la musica di Strauss nel suo parossismo, e dà giusto rilievo alla parola “scenica” di Hugo von Hofmannsthal, grande letterato viennese la cui collaborazione con il musicista bavarese nasce in quest’occasione, e sarà importante, nella storia della musica d’arte, al pari di quella fra Mozart e Da Ponte.
E’ uno spettacolo oneroso, quello appena visto a Trieste, che rende evidente i numerosi piani di lettura di un’opera che è senza tempo, stratificata com’è nelle epoche più diverse, dalla Grecia antica alla Vienna Jugendstil. Qui si sono volute evidenziare, e in questo il lavoro di concertazione di Enrico Calesso è stato scrupoloso e meritorio, le oasi liriche che la partitura inanella più frequentemente di quanto si pensi, e che danno un timbro mediterraneo ai turgori mitteleuropei della tradizione, una sorta di Strauss liricizzato che indirizza anche i cantanti-attori a fraseggiare e interpretare i loro personaggi in modo più sfaccettato di quanto accada in genere. L’azione si sdoppia, come in una seduta di psicoanalisi, e il padre Agamennone, così spesso evocato, si materializza nella mente confusa di Elettra che è ossessionata dall’immagine del suo corpo insanguinato e vuole vendicarlo, costi quel che costi. Rivediamo, quindi, l’uccisione del padre, il sacrificio di Ifigenia, l’adulterio di Clitennestra con Egisto, la maledizione della famiglia degli Atrivi, l’evocazione e poi l’agnizione del vendicatore Oreste.
Le immagini evocate non si sostituiscono all’azione, ma la completano e, specie nella prima parte dello spettacolo sono molto calibrate e ben distribuite. Nella seconda parte lo spettacolo riprende quota con l’ingresso di Oreste e la lunga e commovente scena tra fratelli. L’esecuzione musicale è potente: lode a Enrico Calesso per la meticolosa preparazione di un testo tanto ponderoso e complesso e lode agli interpreti tutti, dalla protagonista Elena Batoukova Kerl, un’artista eletta, che affronta il cimento con la calma dei forti e ne viene a capo, acuti compresi, con onore, fino al coro delle cinque ancelle e della loro Sovrintendente che aprono l’opera, Valentina Bilancione, Sophie Haagen, Benedetta Marchesi, Marta Lotti, Veronica Prando e Mandy Fredrich i cui interventi rivelano voci importanti e sono esatti come orologi svizzeri. Ma tutta la compagnia risponde alla perfezione alle richieste musicali e registiche di uno spettacolo felice, dalla magnifica e autorevole Clitennestra di Okka von Damerau che canta senza forzature e non grida come molte Clitennestre sono solite fare, alla Crisotemide, meno remissiva e inerme di quanto ci si aspetterebbe, dell’altrettanto magnifica Simone Schneider.
Gli uomini contano meno - Strauss aveva una predilezione per le voci femminili avendo sposato una cantante – ma sono di eccellente qualità, in particolare l’intenso ed espressivo Oreste di Mikhail Petrenko. L’apparizione di Egisto è risolta con imbelle autorità da Alexander Schulz e sono impeccabili nei loro brevi ma impervi interventi sia Alessandro Pellegrini nel doppio ruolo del Tutore di Oreste e del vecchio servitore, sia Saverio Fiore cui spetta la tessitura acutissima del giovane servitore. Per non parlare di Vida Maticic Malnarsic (La confidente di Clitennestra) e Francesca Palmentieri (L'ancella dello stracico) e del coro femminile preparato da Paolo Longo come solo lui sa fare. Come dire un complesso vocale impeccabile, impeccabilmente preparato e diretto. L’univocità dei consensi alla fine di un ascolto impegnativo ma gratificante è stata unanime e calorosa. Difficile sperare in una chiusura di stagione migliore di questa. 20/06 di Rino Alessi Foto: Fabio Parenzan Info: www.teatroverdi-trieste.com bellaunavitaalloperablogpost.com

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