UNA CAMBIALE ROSSINIANA ILLUMINA L'OLIMPICO DI VICENZA

Giunto alla sua ventiseiesima edizione il Festival delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico ha chiuso brillantemente il ciclo della trilogia mozartiana su libretti di Lorenzo Da Ponte e ha voltato pagina in cerca di nuovi stimoli, della valorizzazione di elementi della tradizione, cui il pubblico è affezionato, in una luce d’innovazione e di creatività che caratterizza ogni anno le sue proposte. La stagione si realizza con il sostegno dell’assessorato alla crescita del Comune di Vicenza, Regione del Veneto e di partner privati. In apertura il Festival ha offerto al suo pubblico appuntamenti da camera con musiche di Debussy e Poulenc, Beethoven spingendosi fino al Novecento di John Taverner, Sofia A. Gubajdulina, Shoghomon G.S.Komitas attraverso l’arrangiamento per coro, nella fattispecie quello del Friuli Venezia Giulia preparato da Cristiano Dell’Oste della “Ciaccona” di Bach.
II tutto in preparazione della prima delle cinque farse rossiniane che l’Olimpico ospiterà da quest’anno, ossia La cambiale di matrimonio. Con questa gustosa farsa in un atto su libretto di Gaetano Rossi il pesarese iniziava diciottenne la sua brillante carriera teatrale a Venezia, nel Teatro Giustiniani a San Moisè, che sorgeva nella calletta San Moisè, una laterale dell'attuale Calle Larga XXII Marzo dove una lapide ricorda il felice esordio rossiniano avvenuto la sera del 3 novembre 1810.
L'argomento dell'opera non è dei più nuovi: già due anni prima era apparso al Teatro Valle di Roma un Matrimonio per lettera di cambio di Carlo Coccia anch'esso ricavato dalla stessa commedia in cinque atti di Camillo Federici. Nuovo semmai, in questa sorprendente e fresca Cambiale di matrimonio, è l'equilibrio fra elemento sentimentale che, fin dalle prime battute del duetto tra Edoardo e Fanny Tornami a dir che m'ami, sembra anticipare quegli accenti e quel modello lirico-sentimentale che saranno caratteristici di Bellini e Donizetti, e l'elemento parodistico di derivazione settecentesca. Ma anche nella parodia dei due personaggi buffi, Tobia Mill, negoziante e geografo dilettante, e Slook, mercante canadese in vena di acquistare moglie, il linguaggio di Rossini si stacca da quello dei suoi contemporanei creando due tipici rappresentanti di quello che sarà uno dei più estrosi talenti comici dell'opera italiana. Firmato da Marco Gandini per la regia con la collaborazione di Andrea Tocchio per il progetto scenico, Michele Becce per i costumi, Virginio Levrio per le luci e i video e di Studio Vanity 2.0 responsabile di trucco e parrucco lo spettacolo ha avuto il merito di divertire fornendo all'azione una cornice anni Sessanta sufficientemente agile e astratta. Pochi gli elementi in palcoscenico e molto ritmo nel muovere i cantanti-attori che offrono un ammirevole gioco di squadra. Se nelle oasi liriche e nell'ardua aria Vorrei spiegarvi il giubilo - non a caso cavallo di battaglia di Joan Sutherland - il soprano Lara Lagni, voce agretta ma gradevole ed estesa e temperamento scenico da vendere si dimostra interprete compassata vocalmente ma buona attrice, il divertimento è assicurato dai due buffi Daniele Caputo (spassoso e stralunato Tobia Mill) e Paolo Ingrasciotta (uno Slook gagliardamente baritonale) che si dimostrano chiari e spigliati nei recitativi preziosamente accompagnati al cembalo dallo stesso direttore e concertatore Rigon, quanto brillanti nello scilinguagnolo rossiniano.
Sono vivaci, fin troppo a tratti, anche le caratterizzazioni del basso Diego Savini (il cassiere Norton) e del mezzosoprano Sara Fanin (Clarina, la cameriera cui è affidata la classica aria del sorbetto), mentre meno promettente si rivela del tenore canario Yauci Yanes Ortega, non gradevolissimo come vocalista quanto disinvolto come attore. A governare l'insieme era alla guida dell’Orchestra di Padova e del Veneto Giovanni Battista Rigon, un maestro che ha grande dimestichezza con questo repertorio e che sa come mettere a proprio agio le voci in palcoscenico. La ricerca di un Rossini “barocchizzato” ha dato un dinamismo esasperato all’esecuzione, a tratti godibile, a tratti poco rispettoso del corretto equilibrio tra solisti e orchestra. Del resto l’acustica dell’Olimpico offre da sempre problemi a chi vi fa musica e il palcoscenico è sempre stato più adatto alla prosa. Alla recita cui abbiamo assistito, la seconda delle quattro in programma, applausi a scena aperta per tutti e, al termine, autentiche ovazioni.
“E’ sempre bello per me ritornare a quest’appuntamento al quale ho dedicato oltre venticinque anni della mia vita, vedendolo con soddisfazione diventare una delle iniziative più apprezzate a Vicenza, in Italia e infine anche all'estero” ci ha dichiarato Rigoni che del Festival è direttore artistico. “Le Settimane Musicali sono l’unica istituzione nella città di Vicenza a produrre l’opera lirica; nel 2012 abbiamo ottenuto il prestigioso “Premio Abbiati” dell’Associazione Nazionale Critici Musicali; è l’unica iniziativa del Veneto ad essere invitata, dal 2007, ad aderire all'EFA (European Festival Association) ”. Foto di Luigi De Frenza

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