TRE CONCERTI AL POLITEAMA ROSSETTI PER I WIENER SYMPHONIKER DIRETTI DA PETR POPELKA E RUDOLF BUCHBINDER: la seconda Primavera da Vienna approda a Trieste e non se ne vuole andare. Ne siamo felici
Tre serate in tre giorni, un numero straordinario di musicisti e appassionati che si spostano dall’Europa centrale, la ben nota Mitteleuropa, per raggiungere pacificamente una meta spesso trascurata nei viaggi veloci. Ed ecco Trieste, città musicalissima come recitava il titolo di un gustoso libriccino di Alvise Barison, grande amico di mio padre, al centro d’Europa. E’ sogno? No, è una realtà concreta realizzata in comunità d’intenti dai Wiener Symphoniker, dal Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia e dal Comune di Trieste. Non a caso la seconda delle tre giornate triestine della storica orchestra viennese nell’ex bella addormentata dell’Adriatico ha visto i Sindaci delle due città salutarsi cordialmente.
Melodie incantevoli e ritmi appassionati era il titolo del primo dei tre concerti in programma, concertato e diretto splendidamente da Petr Popelka, che si apriva nel nome di Felix Mendelssohn-Bartholdy e della sua giovanile Sinfonia n.4 in La maggiore op.90 che il musicista di Amburgo così descriveva alla famiglia in una lettera del 1831: “La Sinfonia Italiana procede bene, sarà il pezzo più allegro che io abbia mai composto!”.
L’Italia, per chi proviene dal Nord dell’Europa, è il Paese della musica, dell’allegria, delle giornate spensierate a cielo aperto. E la musica della celeberrima Sinfonia Italiana di Felix Mendelssohn questo ci racconta, e questo restituisce l’esecuzione, eccellente, dei Wiener Symphoniker sulla quale aleggia lo spirito di Goethe, il “principe dei poeti” pure lui in viaggio in Italia tra Venezia e Pompei con fermate a Firenze, Roma e Napoli, senza parlare delle successive Visioni di viaggio, da me tradotte per Frassinelli e ormai fuori catalogo, che Heinrich Heine intraprese con un lungo soggiorno fra Genova e Lucca.
L’esecuzione, dicevamo: la massa sonora che i Wiener Symphoniker diretti da Popelka propongono, è talmente imponente che perfino una sala sorda com’è quella del Politeama Rossetti la cui acustica non fu apprezzata a suo tempo da Herbert von Karajan, che pure vi si adattò, finisce per restituire con generosità. Su questo ricco tappeto sonoro s’inserisce il violino di Renaud Capuçon con il suo straordinario virtuosismo che, da bravo francese, non ha la spensieratezza di qualche collega italiano, pensiamo a Salvatore Accardo, ma ha il suono asciutto e generoso di armonici, la razionalità, la compostezza, il rigore, se ci è consentito il termine, del musicista di scuola francese.
Capuçon, fratello dell’altro celebre strumentista, il violoncellista Gautier, si presenta al Rossetti con il celebre Concerto per violino n. 1 in Sol minore op. 26 di Max Bruch, la cui prima esecuzione fu affidata a Brema al dedicatario Joseph Joachim ma risaliva a quarant’anni prima e avvenne il 26 aprile del 1866 a Coblenza. Il solista fu il violinista Otto von Königslöw, con lo stesso Bruch alla direzione dell'orchestra. I tre movimenti si susseguono senza soluzione di continuità, come in una Fantasia, e come tale, con suono morbido e asciutto ce l’ha restituita il grande e applauditissimo Renaud Capuçcon che ama Bruch, giustamente, e si affida a lui anche per il bis.
Il nostro viaggio continua con lo scintillante Mozart della giornata conclusiva, la Domenica delle Palme 2026, preceduto da un notevole Beethoven, la Sinfonia n.7 in La maggiore op. 92 (1811/12), che Petr Popelka guida in modo egregio e quasi eroico, e da una serata tra opera e operetta con la partecipazione della splendida Krassimira Stoyanova - indimenticabile la sua Luisa Miller verdiana alla parigina Opéra Bastille - e da Francesco Meli.
Nel Mozart di “Storie di primavera e incanti notturni” si ripresenta in Italia e a Trieste il pianista prodigio Rudolf Buchbinder che, ottantenne, propone tre concerti per pianoforte e orchestra del Divino salisburghese che lui stesso concerta e dirige: il N. 27 in Si bemolle maggiore KV 5 (1788, 1791), il N.23 in La maggiore KV 488 (1786) e il N.21 in Do maggiore KV 467 (1785).
Fare musica in età avanzata non è da tutti, ed è ammirevole Buchbinder in questa sua scintillante esecuzione mozartiana. La sincronia fra orchestra e pianoforte è perfettibile, e il virtuosismo cede il passo all’espressività dei movimenti più raccolti, non ha insomma il nitore di un tempo. Poco male, l’entusiasmo e la gioia che sprigionano questa esecuzione sono palpabili. Alla fine molti applausi, ma il bis non è concesso.
Una riflessione, se mi è consentito: la sera del primo concerto ero seduto tra un collega serbo che risiede da anni a Trieste e una coppia italiana che ho avuto il piacere di conoscere, davanti a me avevo due colleghe di madrelingua slovena. Per una volta mi sono davvero sentito a mio agio nel nome della musica, nella pacifica comunità multietnica di Trieste. E mi sono sentito felice.
30/03
di Rino Alessi Info: www.ilrossetti.it bellaunavitaalloperablogspot.com



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