SERATA FELICE PER LA CHIUSURA DI CROMATISMI.5.0 AL TEATRO MIELA DI TRIESTE, PROTAGONISTA LO JOSEF SUK PIANO QUARTET DI PRAGA. I VINCITORI DEL PREMIO TRIO DI TRIESTE 2013 INCANTANO LA PLATEA DI CHAMBER MUSIC

Costituitosi originariamente come Trio con pianoforte nel 2007, lo Josef Suk Piano Qartet di Praga si è presentato al pubblico come Ensemble Taras, decidendo di cambiare nome quando la vedova del noto violinista ceco Josef Suk, scomparso nel 2011, destinò a loro un generoso lascito che li sostenne, consentendo a Radim Kresta, violino, Eva Krestová, viola, Aneta Šudáková, violoncello. e Pavel Zemen, pianoforte, - un ensemble affiatatissimo - di ottenere il Primo Premio ai Concorsi Brahms e Rovere d’Oro nel 2008, e al Val Tidone nel 2010.
Dal 2012 la formazione si è trasformata in un Quartetto con pianoforte e in questa nuova veste ha conseguito due importanti riconoscimenti internazionali, il Primo Premio al Concorso “Salieri Zanetti” di Verona nel 2013 e il Primo Premio al Concorso Internazionale “Premio Trio di Trieste”, Presidente di giuria Bruno Canino. Trieste ha portato loro fortuna e a Trieste, e all’Associazione Chamber Music patrocinatrice del Concorso, i quattro strumentisti testimoniano, tornandovi come ospiti di prestigio, un sentimento oggi fuori moda: la riconoscenza. Il repertorio dello Josef Suk Piano Quartet spazia dal classicismo alla contemporaneità, con un focus particolare su Dvořák, Suk e Martinů fra i musicisti dell’area slava e una predilezione per Brahms, al centro del concerto - non a caso intitolato Le piace Brahms? - che l’altra sera, in un affollato Teatro Miela, chiudeva l’attività di Cromatismi 5.0. In onore dei Cromatismi del titolo di stagione elaborato con acume da Fedra Florit i quattro musicisti del quartetto si sono presentati in palcoscenico cromaticamente distribuiti fra il rosso della signora viola, vero centro dell’ensemble, e il nero degli altri che un po’ di rosso lo esibivano nel farfallino, gli uomini, e nelle calzature dal tacco vertiginoso, la magnifica violoncellista.
Per essere meno frivoli, passiamo al programma che era molto, ma molto serio e si apriva con un’opera monstre del repertorio brahmsiano, il Quartetto per pianoforte e archi in Do minore op. 60 che impegnò e accompagnò Johannes Brahms (1833 - 1897) per quasi vent’anni. I primi abbozzi risalgono, infatti, al 1855 quando il giovane venuto dal Nord si legò alla famiglia Schumann eleggendo Robert, già afflitto dalla malattia mentale che gli fu fatale, suo mentore, e destinando a Clara un affetto che presto si trasformò in amore impossibile. Fu lo stesso Brahms a suggerire una lettura in chiave autobiografica, paragonandosi al giovane Werther. L’opera del resto questi sentimenti restituisce e li rielabora, perché, accantonati gli appunti giovanili, Brahms vi tornò modificandone la tonalità in un severo Do minore tra il 1873 e il 1875, ne rivide il primo movimento, inserì uno Scherzo fra il movimento d'apertura e l'Andante e compose ex novo il Finale. Il lavoro fu terminato esattamente vent'anni dopo la sua prima concezione. Ma il carattere drammatico e appassionato di questa pagina rimase inalterato e si rifà a quegli anni tormentati della vita del musicista amburghese. L'Allegro non troppo si apre con un'introduzione lenta, quasi misteriosa, caratterizzata dai cromatismi degli archi; una perentoria scala discendente lancia il primo tema esposto dal pianoforte con slancio appassionato. Ha un carattere disperatamente eroico (“immaginate un uomo costretto a spararsi, perché non esiste per lui altra soluzione”, sembra abbia confessato lo stesso Brahms in proposito). Fulcro emotivo dell’op. 60 è però l’Andante che impegna gli archi – eccezionale la tecnica esibita dai tre strumentisti – allo spasimo in un gioco di rimandi che sembra un dialogo impossibile fra tre interlocutori incapaci di comunicare. Esecuzione memorabile che trova coronamento nel Finale, un Allegro comodo che sembra rasserenare l’atmosfera, fra luci e ombre.
Il Quartetto per pianoforte e archi n.1, in Sol minore op. 25 che occupava la seconda parte del concerto, appartiene a un periodo immediatamente successivo all’op. 60, già la sua prima esecuzione ad Amburgo con Clara Schumann al pianoforte, contribuì all’affermazione di una personalità artistica ben riconoscibile e aprì a Brahms le porte di Vienna all’epoca capitale musicale europea. Anche l’op. 25 è un quartetto di ampie proporzioni e abbastanza elaborato strumentalmente, con il pianoforte in posizione dominante, pur nel pieno rispetto del gioco contrappuntistico con gli archi. Il primo tempo, Allegro, s’impone all'ascolto sia per la varietà dei temi (tre in tutto) sia per la ricchezza del discorso musicale, avvolto in un clima di dolce e affettuosa malinconia tipicamente brahmsiana. L'Intermezzo, Allegro ma non troppo, è una pagina di delicato lirismo, tutta soffusa di un sentimento di sognante poesia autunnale; significativo è l'episodio centrale più leggermente vivace nelle sue evanescenti e chiaroscurate sonorità. L'Andante con moto, terzo tempo, si apre con una melodia calda e distesa del violino, proiettata con intensità di vibrazioni e trascinante con sé gli altri strumenti in un clima di romantica Stimmung. Nella seconda parte del movimento l'atmosfera espressiva diventa vigorosa e marziale, quasi militaresca, una sorta di eco di canti e inni tedeschi di estrazione popolaresca. L'Andante si conclude con un ritorno alla stessa sognante tessitura iniziale.
L'ultimo tempo è un indiavolato Rondò di carattere zingaresco, che si ricollega allo spirito di quelle danze ungheresi così magistralmente trascritte da Brahms, che da giovane aveva compiuto numerose tournées concertistiche con il famoso violinista di Budapest, Ede Reményi. Per due volte tra i ritmi festosi e travolgenti di una musica tzigana fa capolino una curiosa cadenza, raffigurante, secondo un critico francese, una inaspettata stretta di mano tra Bach e Liszt. La stretta di mano è stata fatale a una corda del violino di Radim Kresta, che si è spezzata quando il termine dell’esecuzione sembrava imminente. Niente paura, pochi minuti e la corda è stata sostituita fra gli applausi del pubblico, e il finale è stato affrontato con piglio ancor più deciso e con trascinante entusiasmo. Il clima allegro e festoso si è in parte affievolito con il bis, che ripresentava un brano del benefattore Suk che fece conoscere l’ensemble alla giuria del Premio Trio di Trieste 2013, una pagina dolce e carezzevole, eseguita magnificamente. Applausi vibranti e, sembra incredibile, anche Chambery Music va in vacanza. Ci si rivede a settembre con il ventitreesimo Premio Trio di Trieste. 11/06 di Rino Alessi Info: www.acmtrioditrieste.it bellaunavitaalloperablogspot.com

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