Festival del Maggio Musicale Fiorentino numero ottantotto. Di Giuseppe Verdi va in scena “Un ballo in maschera”, secondo appuntamento operistico dell’ottantottesimo Festival del Maggio Musicale Fiorentino: dal 12 al 24 maggio, per cinque recite nella Sala Grande del Teatro

Dopo il grande successo del dramma contemporaneo The Death of Klinghoffer, l’opera che ha inaugurato l’88° Festival del Maggio Musicale Fiorentino, la Sala Grande ospita da martedì 12 maggio, per cinque recite complessive, un atteso allestimento di Un ballo in maschera. Con questa produzione del melodramma verdiano, parabola sull’amore e sul potere, il Maggio conferma la volontà di valorizzare il grande repertorio operistico attraversoletture rinnovate, capaci di restituire al pubblico la forza drammatica e l’attualità dell’opera. Eseguito l’ultima volta in forma di concerto nel 2020 in Cavea, il titolo manca dalla programmazione del Maggio con un vero allestimento scenico dal 1995.
Sul podio, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Maggio Musicale Fiorentino, il maestro Emmanuel Tjeknavorian; la regia è firmata da Valentina Carrasco. Sono cinque le recite in cartellone: martedì 12, venerdì 15 e venerdì 22 maggio alle ore 20 e domenica 17 e domenica 24 maggio alle ore 15:30. In questa nuova produzione le scene sono di Andrea Belli, i costumi di Silvia Aymonino, le luci di Marco Filibeck e i video sono curati da Massimo Volpini. La compagnia di canto è formata da Antonio Poli e Max Jota (recita del 22 maggio) che interpretano Riccardo; Bogdan Baciu e Hae Kang (recite del 15 e 22 maggio) vestono i panni di Renato; Chiara Isotton e Alessia Panza (recita del 22 maggio) interpretano Amelia e Lavinia Bini è Oscar. La parte di Ulrica è interpretata da Ksenia Dudnikova; Janusz Nosek è Silvano; Mattia Denti interpreta Samuel e Adriano Gramigni è Tom. Chiudono il cast, rispettivamente nei ruoli di Un giudice e di Un servo di Amelia, Francesco Congiu e Roberto Miani.
Emmanuel Tjeknavorian, al suo debutto sul podio del Maggio e alla sua prima direzione assoluta di un titolo lirico, ha messo in luce gli aspetti musicali e interpretativi più importanti dell’opera di Verdi, evidenziando come in essa vi si trovino grandi ‘contrasti’ musicali e un’intensa energia musicale e narrativa: “Ci sono opere che si rivelano lentamente e altre che sembrano parlarci con immediatezza sin dal primo istante. Un ballo in maschera è entrambe le cose: a un primo sguardo può apparire quasi leggera, come priva di gravità. Ma più la si studia, la si ascolta, la si vive, più emerge ciò che si nasconde sotto la superficie, qualcosa di più complesso e diverso. È proprio questa duplicità a colpirmi. Da un lato eleganza, brillantezza e una naturale fluidità del discorso musicale; dall’altro una fragilità costante e la percezione che tutto possa incrinarsi da un momento all’altro. Tutti i personaggi abitano questa tensione. Riccardo si muove con un’apparente libertà, vitale ma inconsapevole delle sue conseguenze. Amelia custodisce un sentimento che non riesce mai a esprimere fino in fondo. Renato attraversa un momento in cui ciò che sembrava solido perde progressivamente consistenza. Persino Oscar, nella sua leggerezza, appartiene a questo stesso universo: una leggerezza che non esclude, ma anzi rivela la complessità. Musicalmente, significa accettare che l’opera non segue mai una sola direzione. I contrasti rimangono vivi e la luce non dissolve l’oscurità, ma la rende visibile. Spesso è proprio dalla leggerezza che affiora qualcosa di più profondo. Come direttore, cerco di accostarmi a questa musica come se tutto accadesse sul momento, pur avvertendo la direzione verso cui tende”. Parlando di questa nuova produzione e soffermandosi proprio sull’attualità dei temi trattati nel capolavoro verdiano, Valentina Carrasco – che al Maggio ha debuttato come regista collaboratrice nella storica produzione wagneriana del Das Rheingold del giugno 2007 – ne ha sottolineato gli aspetti principali e la sua scelta di ambientarla in un momento molto particolare della storia americana, ossia nei movimentati e turbolenti primi anni ’60 del secondo dopoguerra, periodo segnato dell’amministrazione di J.F. Kennedy e da grandi e profondi contrasti sociali e politici:
“La struttura originale di questo grande capolavoro ha come cuore narrativo la storia di un grande leader, molto carismatico e popolare che però, all’interno della sua ‘cerchia’, aveva dei nemici: questo mi ha fatto pensare a un episodio molto noto della storia recente, ossia l’assassinio di John Kennedy. Dal momento che la versione scelta è quella più consueta, in cui l’azione del libretto viene spostata nelle colonie del Nord America e il re di Svezia viene trasformato, originariamente per ragioni di opportunità e censura, nel governatore britannico Riccardo, ho trovato interessante tracciare un parallelo con John Fitzgerald Kennedy, personalità tra le più popolari del secondo ‘900. In particolare mi sono sembrati rilevanti alcuni aspetti della sua vita privata e politica, oltre che naturalmente la morte per mano di un assassino: esito di un complotto dai tratti ancora - in parte - oscuri. Anche Riccardo, il conte di Warwick, ci si presenta da subito con i suoi conclamati pregi, ma anche con evidenti difetti e una serie di atteggiamenti discutibili: lui stesso è conscio di star tradendo la fiducia di un amico e sodale politico per ragioni sentimentali”.
Opera tra le più affascinanti del catalogo verdiano, Un ballo in maschera fu originariamente concepita per il Teatro San Carlo di Napoli: la prima idea fu il Re Lear di Shakespeare ma la mancanza di tempo lo costrinse a ripiegare su un libretto di Scribe, Gustave III ou Le bal masqué, già musicato da Auber e da Mercadante. La storia si ispirava a un fatto storico accaduto nel 1792: l’omicidio di re Gustavo III di Svezia ad opera di un suo cortigiano durante un ballo. L’argomento era indubbiamente scomodo, l’uccisione in scena di un monarca non poteva lasciare indifferenti i censori napoletani, che infatti intervennero imponendo a Verdi numerosi tagli e modifiche. Ma Verdi teneva troppo ai tratti settecenteschi e allo stile brillante di ascendenza francese della sua nuova opera per poter accettare, tra le tante richieste, di spostare l’azione nel dodicesimo secolo dove sarebbe stato impossibile «trovare un principotto, un duca, un diavolo, sia pure del Nord, che avesse visto un po’ di mondo e sentito l’odore della corte di Luigi XIV». Naufragato così il debutto napoletano, Un ballo in maschera sarà allestito al Teatro Apollo di Roma, dove andrà in scena il 17 febbraio 1859. In occasione della prima recita è previsto un appuntamento di approfondimento nell’ambito del ciclo “Parlando di opera”: Verdi e l’insostenibile leggerezza del Ballo. Si tiene venerdì 8 maggio 2026 alle ore 16.30 ed è a cura di Alberto Batisti, in collaborazione con Il Foyer – Amici della Lirica di Firenze. La locandina: UN BALLO IN MASCHERA di Giuseppe Verdi — Maestro concertatore e direttore Emmanuel Tjeknavorian Regia Valentina Carrasco - Maestro del Coro Lorenzo Fratini Scene Andrea Belli Costumi Silvia Aymonino Luci Marco Filibeck Video Massimo Volpini - Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino __ Riccardo Antonio Poli/Max Jota (22) Renato Bogdan Baciu/Hae Kang (15, 22) Amelia Chiara Isotton/Alessia Panza (22) Ulrica Ksenia Dudnikova Oscar Lavinia Bini
Silvano Janusz Nosek Samuel Mattia Denti Tom Adriano Gramigni Un giudice Francesco Congiu Un servo di Amelia Roberto Miani - Assistente alla regia Lorenzo Nencini Assistente scenografo Mariangela Mazzeo Assistente costumista Federica Sartorio Figuranti speciali Andrea Baldassarri, Mohamed Careca Bangoura, Francesca Cellini, Matilde Cortivo, Stefano Francasi, Roy Ilagou, Mirian Silva Lima, Mauro Milone, Francesco Pacelli, Leonardo Paoli, Sara Silli,Maria Cristina Valentini Bambini Gherardo Attori, Ada Nannucci, Violante Ginevra Orso Prezzi: Visibilità limitata: 15€ Galleria: 35€ Palchi: 45€ Platea 4: 65€ - Platea 3: 75€ - Platea 2: 90€ Platea 1: 130€ Atto I e II: 1 ora e 25 minuti Intervallo: 30 minuti Atto III: 45 minuti Durata complessiva: 2 ore e 40 minuti Testo di Emmanuel Tjeknavorian Ci sono opere che si rivelano lentamente, e altre che sembrano parlarci con immediatezza sin dal primo istante. “Un ballo in maschera” è entrambe le cose, almeno per me. A un primo sguardo può apparire quasi leggera, come priva di gravità. Ma più la si studia, la si ascolta, la si vive, più emerge ciò che si nasconde sotto la superficie, qualcosa di più complesso e diverso. È proprio questa duplicità a colpirmi. Da un lato eleganza, brillantezza, una naturale fluidità del discorso musicale; dall’altro una fragilità costante, la percezione che tutto possa incrinarsi da un momento all’altro. Nulla è davvero stabile. Ed è forse qui che l’opera trova il suo vero equilibrio. Tutti i personaggi abitano questa tensione.
Riccardo si muove con un’apparente libertà, vitale ma inconsapevole delle sue conseguenze. Amelia custodisce un sentimento che non riesce mai a esprimere fino in fondo. Renato attraversa un momento in cui ciò che sembrava solido perde progressivamente consistenza. Persino Oscar, nella sua leggerezza, appartiene a questo stesso universo: una leggerezza che non esclude, ma anzi rivela la complessità. Ciò che mi commuove profondamente è che Verdi non giudica i suoi personaggi. Non si pone al di sopra di loro, ma resta accanto a ciascuno. Forse è questo che dovremmo fare anche noi: non spiegare troppo, ma ascoltare. Musicalmente, significa accettare che l’opera non segue mai una sola direzione. I contrasti rimangono vivi. La luce non dissolve l’oscurità, ma la rende visibile. E spesso è proprio dalla leggerezza che affiora qualcosa di più profondo. Come direttore, cerco di accostarmi a questa musica come se tutto accadesse nell’istante, pur avvertendo la direzione verso cui tende. Trovo particolarmente toccante il modo in cui i personaggi coesistono: nessuno è mai davvero solo. Anche nei momenti più intimi, si avverte sempre un’altra presenza, talvolta esplicita, talvolta appena percepibile. Tutto è connesso, anche quando non è evidente. E poi c’è il finale. Non offre una vera risoluzione. Assomiglia più a un momento di chiarezza che arriva forse troppo tardi, eppure inevitabilmente al momento giusto. Vi si avverte qualcosa di simile al perdono, che però non cancella nulla. Forse è per questo che quest’opera ci è così vicina. Non spiega, non chiude, non semplifica. Lascia aperto. E ci invita a restare nell’incertezza, nella vulnerabilità, in tutto ciò che non può essere risolto. Ed è forse proprio lì che risiede la sua verità. 9/05 Comunicato Stampa Manifesto © Gianluigi Toccafondo Info: www.maggiofiorentino.com bellaunavitaalloperablogpost.com --

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