SUCCESSO INCONDIZIONATO PER IL PROGETTO ROMEO E GIULIETTA CHE HA ACCOMUNATO TEATRO STABILE FVG E TEATRO VERDI DI TRIESTE, DOVE L'OPERA DI GOUNOD DIRETTA SONORAMENTE DA LEONARDO SINI SI RIVELA IL CAPOLAVORO CHE E': PERPLESSITA' SULLO SPETTACOLO DI PAOLO VALERIO TRATTO DA SHAKESPEARE

“Trieste, con i suoi due teatri storici uniti in un grande progetto comune, offre al pubblico – regionale, nazionale e proveniente anche dall’estero – un’occasione unica per un viaggio nel tempo e nei linguaggi dell’arte, con centro quella coppia di amanti impossibili che ancora, dopo tanto tempo,
ci spezza il cuore”. Così sul Quaderno del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia dedicato a Romeo e Giulietta da William Shakespeare nell’adattamento e per la regia di Paolo Valerio, il Presidente de il Rossetti Francesco Granbassi. Ù Fortemente voluto dalla maggiore struttura teatrale nata per la prosa e divenuta negli anni promotrice del musical e imprenditrice nel costruire rapporti con enti di prestigio – uno per tutti quello con i Wiener Synphoniker con cui è stato costruito il progetto Primavera a Trieste – la kermesse dedicata agli amanti di Verona ha finito per coinvolgere la Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, meno votata a programmi d’ampio raggio che bene ha accolto, parola del Sovrintendente Giuliano Polo, “questa bella opportunità di contenimento dei prezzi” Ed ecco il Verdi programmare, a sedici anni dalla messinscena curata da Damiano Michieletto e diretta da Julian Kovatchev, il capolavoro desunto da Shakespeare Roméo et Juliette di Charles Gounod su libretto di Jules Barbier e Michel Carré (Parigi, Théâtre Lyrique, 18679).
Nonostante i proclami, non è la prima volta che Verdi e Rossetti collaborano, ricordiamo la Giovanna d’Arco al rogo di Claudel con musiche di Honegger messa in scena da Antonio Calenda, parecchi anni fa al Rossetti con i complessi del Verdi, per non parlare della presenza al Rossetti delle maestranze dell’allora Ente Lirico per i Festival dell’Operetta, ma, si sa, viviamo in tempi che il passato lo vogliono cancellare, anziché trarne fonte d’ispirazione e così, sul programma di sala del capolavoro di Gounod approntato dal Verdi scompare la rubrica delle precedenti edizioni dell’opera in loco realizza in collaborazione con il Civico Museo Teatrale Carlo Schmidl. Non avere paragoni con il passato, non ricordarlo e non farlo ricordare al pubblico, ha un grande vantaggio, si stempera fino a cancellarsi, la coscienza critica dello spettatore che finisce per applaudire tutto, entusiasmarsi di tutto, talvolta aiutato un po’ da applausi pilotati. Si crea quella situazione che ben rappresentò Ennio Flaiano nel suo Lo spettatore addormentato. Detto questo, Paolo Valerio, veronese, sembra avere nei confronti della leggenda che più veronese non si può di Romeo e Giulietta, lo stesso atteggiamento che, io personalmente riservo alle saghe mitteleuropee che Trieste continua a propinarci anche in epoca di globalizzazione: l’amore dei tempi passati si è trasformato in sopportazione di un qualche cosa che connota la tua città, ma su cui si è troppo insistito.
Così, nella sua rielaborazione del testo shakespeariano, non credo che i versi del genio di Stratford Upon Avon abbiano superato la ventina, il suo nome è stato usato per trasferire la vicenda a Sarajevo e raccontare la vicenda dei due giovani adolescenti uccisi da un cecchino, inframmezzandola con la saga dei Montecchi e dei loro rivali Capuleti che si giocano il potere su Verona. L’ambientazione è fluida, c’è il mondo balcanico, un pizzico di Rinascimento, qualche richiamo al mondo zingaro e alle sonorità della musica Klezmer tutto miscelato in modo che la tragedia diventi una sorta di fiction televisiva, dai ritmi recitativi di grande dinamismo che punta soprattutto sull’impeccabile formazione atletica dei due protagonisti Giacomo Albites Coen e Caterina Truci. I quali, come tutti, recitano con il microfono, la scuola di recitazione italiana punta a una preparazione del giovane attore al doppiaggio e alla televisione per motivi di opportunità commerciale, e ha ormai abbandonato la preparazione all’utilizzo del diaframma nel portare la voce parlata in palcoscenico. Ciononostante, molto del testo, vuoi perché coperto dalla musica, vuoi perché recitato troppo in fretta, va perso. Mamma Capuleti (Giulia Perelli) e il padre Capuleti (Alessandro Dinuzzi) ci portano nelle atmosfere di Un posto al sole, mentre la volgarità della Nutrice, quell’inguaribile chiacchierona della balia di Giulietta di cui Ave Ninchi fece un capolavoro nello spettacolo di Zeffirelli, è restituita al pubblico en travesti da Fulvio Falzarano che s’incarica di rappresentare anche Frate Lorenzo portandogli qualcosa della volgarità della prima. Sniffate, ginnastica sul letto a simulare l’atto sessuale, una sonora pipì nel secchio da parte del buon Frate, nulla c’è risparmiato per dare alla storia degli amanti di Verona attualità e “verità”. Alla fina il pubblico applaude entusiasta, e non ci resta che ammettere che siamo in minoranza a non amare più il teatro di prosa che si fa oggi. Shakespeare, ma anche Schiller o Cechov, Ibsen e via dicendo, se me li voglio godere devo leggerli. Nei confronti di Roméo et Juliette di Gounod è stato perpetrato un abuso diverso, meno esplicito se vogliamo da parte dello spettacolo in scena al Verdi.
Gli si è voluta attribuire una drammaticità che non è la sua caratteristica precipua. L’iniziale proiezione dell’assassinio dell’Arciduca Ferdinando a Sarajevo che fu causa di tante guerre e devastazioni, si spiega con la Sarajevo raccontata nel testo da Shakespeare, ma non ha alcun nesso con quanto poi accade nell’opera di Gounod in palcoscenico dove la struttura ideata da Francesca Tunno con il suo gioco di specchi e la passerella che funge da balcone ha una sua ben precisa funzionalità. Sul fronte musicale il giovane Leonardo Sini vanta sì un curriculum blasonato, ma predilige le sonorità forti. Il famoso mezzoforte all’italiana per intenderci, che – dobbiamo ammetterlo – offre un amalgama sonoro di grande presa nei momenti in cui l’Orchestra stabile del Verdi suona da sola, di grande fascino insomma, ma risulta eccessivo quando all’orchestra si unisce il palcoscenico. I più coinvolti in questa visione eccessivamente aggressiva della vicenda sono proprio i due protagonisti. Galeano Salas, tenore di bella presenza e forte temperamento scenico, soffre meno la situazione, domina la tessitura con agio, fraseggia in modo convincente, il suo francese e perfino comprensibile anche se approssimativo.
La Juliette dell’armena Nina Minasyan è viceversa fin troppo matura, - sollecitata da una tessitura acutissima che consiglia all’artista di rifugiarsi in un’esibizione puramente tecnica, - eccola produrre bei suoni, belle agilità, bel legato escludendo a priori l’espressività e l’articolazione della parola cantata. Nell’aria del veleno, applauditissima, ha dato talmente tanto che, al termine, abbiamo avuto paura che potesse essere presa da un collasso cardiaco. Fra gli altri, una volta lodata la classe, l’autorevolezza il bel cantare di Christian Federici al suo debutto nella sua città e in Mercutio, ci spiace rilevare l’inadeguatezza a svolgere ruoli di basso profondo da parte sia di Luca Dell’Amico, Capulet, sia di Alessandro Abis, pallido Frêre Laurent. In compenso abbiamo un Tybald di lusso in Gillen Munguia che già tanto avevamo apprezzato quando fu degno partner di Daniela Mazzucato in un brutto Orfeo all’inferno offenbachiano di qualche anno fa al Verdi. Nina van Essen è uno Stéphano che esegue alla perfezione trilli e fioriture, ma non ha l’arguzia francese del paggio canzonatore, Caterina Dellaere è completamente fuori parte in Gertrude, la nutrice, e non demeritano gli altri, da Fulvio Valenti a Jorge Martines, da Enrico Iviglia a Nicolò Lauteri.
Il Coro, magnificamente preparato da Paolo Longo, è pienamente all’altezza della situazione. Nel complesso entrambi gli spettacoli: iniziano timidamente e crescono nel corso della serata. Questo accade soprattutto nell’opera di Gounod che si riascolta sempre con piacere e che è stata salutata con molta convinzione. Per la cronaca i collaboratori del regista Valerio sono la già citata Tunno per le scene, Stefano Nicolao per i costumi, Claudio Schmidl per il magnifico disegno luci, Alessandro Papa per i video. Le coreografie erano firmate da Daniela Schiavone in Gounod e da Monica Cedena nell’altro spettacolo e si sono perfettamente integrate con la musica che, in via del tutto eccezionale, l’orchestra del Teatro Verdi ha realizzato - in orchestra e non, - impegnata, nel “da” e non “di” Shakespeare, nelle belle musiche originali di Valter Sivilotti, pianista, direttore e compositore, figura trasversale tra musica d’arte e cantautorato. Alla fine ci domandiamo, a quando la prossima collaborazione fra Verdi e Rossetti? 10/05 di Rino Alessi Foto: Fabio Parenzan Info: www.ilrossetti.it www.teatroverdi-trieste,com bellaunavitaalloperablogpost.com

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