Lunedì 13 a Trieste e martedì 14 luglio a Udine Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano tornano in scena dopo vent’anni con “Sutta Scupa”, spettacolo sul lavoro precario
Va in scena in anteprima nazionale lunedì 13 luglio a Trieste, al Teatro dei Fabbri (alle 21) e in prima nazionale martedì 14 luglio a Udine, al Teatro San Giorgio (alle 21) in collaborazione con Teatro Contatto Estate, “Sutta Scupa”, uno spettacolo diretto e interpretato da Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano che tornano in scena a distanza di vent’anni con un nuovo allestimento del lavoro. Voce off e collaborazione artistica sono di Simona Malato, le luci di Cristian Zucaro.
In una sala d’attesa di un’azienda Giovanni e Vito, disoccupati, attendono. Da oltre vent’anni, aspettano un colloquio che potrebbe cambiare le loro vite. Ad accompagnarli, a scandire regole e speranze, è una Voce: una fata contemporanea che somiglia fin troppo a un’Intelligenza Artificiale, capace di stabilire tempi, possibilità, illusioni. «Quelle di Giovanni e Vito – scrivono i due attori – sono due esistenze rimaste ai margini di una società che a discapito delle promesse di progresso ha prodotto solo stallo: e nonostante una delle regole sia quella di non guardarsi indietro, loro ricordano. Ricordano per istinto, per necessità, forse per sopravvivere. Ed è proprio attraverso il ricordo che inizia la loro personale e laica Via Crucis».
Lo spettacolo che Magda Poli definì «un gioco ritmato da ritualità rabbiosa e da una sofferenza di vivere che aspetta solo un'improbabile rivolta» torna in scena dopo vent’anni non per celebrare un anniversario, ma per verificare se quel tempo sospeso sia o meno finito. Affrontarlo oggi implica per un attore assumersi il rischio di sentire sul proprio corpo il tempo che è passato, di percepire il testo come distante o, al contrario, di scoprirlo più attuale che mai.
In un’attesa “beckettiana” fatta di silenzi, imbarazzo, disagio, proprio come Vladimiro ed Estragone nella pièce sull’attesa per antonomasia, “Aspettando Godot”, la loro lingua, un palermitano ruvido e vivo, diventa capace di custodire ciò che altrimenti non riuscirebbero a dire. Il confronto tra i contesti storici è diretto. Allora, all’inizio degli anni Duemila, il precariato appariva come una condizione temporanea, un attraversamento generazionale. Oggi è diventato la normalità. Il lavoro instabile, la fragilità delle relazioni, l’erosione delle prospettive collettive hanno progressivamente ridefinito il modo di stare al mondo. Ancora i due attori: «Questo cambiamento incide sul modo di dire le parole, di abitare lo spazio, di costruire il ritmo della scena. La nuova messa in scena nasce da questa consapevolezza. Non cerca di proteggere il testo, ma di metterlo a rischio. Di lasciarlo esposto al tempo, alle trasformazioni dei corpi, alle traiettorie divergenti che noi stessi, registi e interpreti, abbiamo attraversato in questi vent’anni. In questo senso il lavoro diventa un confronto tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati, tra il desiderio di riconoscersi e l’impossibilità di farlo completamente. Anche la presenza della Voce assume oggi un significato radicalmente diverso. Quella Voce, oggi, somiglia in modo inquietante ai sistemi algoritmici e alle intelligenze artificiali che abitano la nostra quotidianità. Non è più una suggestione teatrale, ma una realtà concreta: una presenza invisibile che orienta scelte, stabilisce possibilità, ridefinisce il rapporto tra lavoro, identità e libertà».
10/06 Comunicato Stampa INFO
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