Nacque al mondo un sole Dante Alighieri, elogio di San Francesco (Par., xi, 50) Il libro-catalogo di Ravenna Festival 2026. Fin dalla prima edizione: il trentasettesimo libro catalogo
Alla fine del lungo cartellone che ha segnato questa XXXVII edizione di Ravenna Festival, come sempre nutrito dei più diversi linguaggi artistici, musica, teatro, danza, cinema…, il libro-catalogo vuole essere la testimonianza di un percorso che non si esaurisce nel momento performativo, ma anzi che apre e invita all’approfondimento e alla “sedimentazione” (quasi un verbo rivoluzionario, al tempo dell’incessante usa e getta dei social) dei contenuti e degli spunti di riflessione che hanno attraversato il programma.
Del resto, si tratta della vocazione che da sempre anima questa sorta di “guida”, che affianca il calendario di eventi fin dalla primissima edizione del 1990. Un volume che negli anni ha via via mutato forma ma cercando in ogni caso di dar conto della natura “polifonica” del programma e dei diversi nuclei tematici che lo percorrono, e soprattutto declinando la dimensione internazionale del festival stesso nel segno anche della scoperta e dell’approfondimento di storie e tesori radicati nel territorio, in un continuo rimando tra passato e contemporaneità.
«È con grande soddisfazione e una punta di orgoglio che presentiamo – come sottolinea Antonio De Rosa, sovrintendente della Fondazione Ravenna Manifestazioni – il libro-catalogo del Festival, destinato a veicolare e far perdurare la magìa degli spettacoli e del tema di quest’anno. E lo facciamo mentre siamo prossimi al termine della programmazione, felici per il grande successo testimoniato dalla calorosa partecipazione del pubblico e il plauso della critica. A tutti coloro che vi hanno collaborato, alla direzione artistica, agli sponsor, ai sovventori pubblici e privati un grande e sentito ringraziamento».
I nuclei tematici
Dunque, il trentasettesimo libro-catalogo di Ravenna Festival, non poteva che prendere le mosse dall’ottavo centenario di Francesco, ma cogliendo al tempo stesso un altro importantissimo anniversario, direttamente legato alla città: i 1500 anni dalla morte di Teoderico. Ecco le due principali linee attorno a cui si articola il volume: Francesco e Teoderico. E se per approfondire diversi aspetti legati al re goto un contributo prezioso è arrivato dal Dipartimento di Beni Culturali e di Storia Cultura e Civiltà dell’Università di Bologna, più sfaccettate sono le “fonti” a cui si è attinto per il tema francescano.
L’ottavo centenario della morte di San Francesco
Dopo una presentazione “di rito” affidata al co-direttore artistico Angelo Nicastro, l’urgenza e la forza drammatica dell’attualità – da aggiornare purtroppo sempre in negativo – non potevano che far spazio alla ripresa di un intervento significativo del Cardinale Pizzaballa, francescano impegnato, come Patriarca latino di Gerusalemme, in uno dei fronti più “caldi” e delicati di questo nostro mondo martoriato, che ribadisce ancora una volta la forza delle parole e della pratica di Francesco. Il santo di Assisi che dom Alessandro Barban, già Priore generale della Congregazione camaldolese, mette in relazione diretta con San Romualdo individuandone, a due secoli di distanza, straordinari punti di contatto: «non figure del passato, ma maestri per l’attuale cambiamento d’epoca».
E se sia Paola Novara, raccontando con toni avvincenti la storia di quella che tutti conoscono come Basilica di San Francesco, sia Giovanni Gardini, descrivendo gli affreschi di Santa Chiara oggi conservati nel Refettorio del Museo Nazionale, riportano il percorso francescano dentro le mura della città di Ravenna, ecco che lo sguardo si allarga su una tradizione che trova in San Francesco le sue radici prime.
Si tratta della tradizione della lauda e dei cosiddetti “giullari di Dio”, e quindi delle «origini della poesia religiosa cantata nel Medioevo» che appunto affondano in primo luogo nel celeberrimo Cantico delle creature. Due sono gli scritti che approfondiscono questo tema: di Francesco Zimei e di Matteo Leonardi, entrambi impegnati nel progetto europeo Laudare, dedicato appunto allo studio della lauda dal XII al XVI secolo, diretto dallo stesso Zimei all’Università di Trento.
A loro fa poi eco il saggio che Flavio Cuniberto dedica a una sorta di mappa dei luoghi che attirarono i passi instancabili di Francesco: tracciando una «geografia mistica» che va dalle meraviglie dell’entroterra appenninico del Centro Italia fino al mare, tra rupi solitarie, orizzonti sconfinati e alberi piantati a segnare le future comunità: insomma una «Breve fenomenologia del paesaggio francescano».
E se Francesco è per tutti il primo ideatore del presepe, ecco la ripresa di un saggio (di una parte di esso) che il grande Roberto De Simone dedicò al presepe popolare napoletano – celebrato anche in cartellone con un progetto che ha visto tra gli altri la presenza di Peppe Barra.
Si torna poi in ambito cittadino, ma solo apparentemente, perché a dar voce a un “dialogo impossibile” tra il giullare Dario Fo e lu Santu Jullare, come appunto il premio Nobel ebbe in un suo spettacolo (ripreso in cartellone con Ugo Dighero) a definire Francesco, sono due ravennati doc: Danilo Montanari e, per la prima volta chiamato a collaborare al libro di Ravenna Festival, lo scrittore Eugenio Baroncelli.
I millecinquecento anni dalla morte di Teoderico
Venendo poi alla “sezione” dedicata all’anniversario teodericiano, spiccano, come si è detto, i contributi di alcuni dei più prestigiosi docenti dell’Università di Bologna. Primo tra tutti Enrico Cirelli, che traccia una sorta di «Topografia ravvenate tra V e VI secolo» cercando di raccontare la città al suo massimo splendore di capitale, i suoi monumenti, la sua struttura, appunto ai tempi del re goto. Poi Stefano Manganaro, che delinea quella che definisce «convivenza separata tra Goti e Romani» indagando i meccanismi di “tolleranza” che permettevano a comunità diverse di coabitare nella stessa città. Ancora, Debora Ferreri passa in rassegna quei segni e quelle tracce solo apparentemente “minori” che, «tra immaginario e realtà», raccontano dell’eredità teodericiana sull’identità di Ravenna: dalla nave di Teoderico, all’immagine che lo ritraeva trionfante all’entrata in città sul vecchio, e perduto, sipario del teatro Alighieri…
Di straordinario interesse è poi il saggio di Elisa Emaldi: «Teoderico a matita», che passa in rassegna i disegni che, nell’epoca del Gran Tour, i colti visitatori provenienti dall’Europa del Nord – non tutti osavano arrivare fin qui – hanno tracciato del monumento più iconico ed enigmatico della città, il Mausoleo di Teoderico, l’unico che permetteva ai più esperti cultori di storia e di arte di scoprire «i segni architettonici dei “barbari”» nonché «l’anello mancante tra le architetture romane e quelle medievali».
E un omaggio a «Teoderico straniero» è il breve scritto di Davide Reviati – come soprattutto le tavole tratte dal suo graphic novel Morti di sonno – che al re goto si rivolge come a una sorta di antenato, rapportando la sua storia di “immigrato” a quella dei “nuovi barbari”, ragazzini cresciuti nel quartiere-fabbrica e che animano la nostra città.
Gli approfondimenti legati al cartellone
Come sempre, alcune presenze e produzioni in cartellone suggeriscono approfondimenti che svelano legami profondi con la contemporaneità: come il saggio del sinologo, professore a Ca’ Foscari, Attilio Andreini dedicato alle «Memorie di un viaggio a Occidente» romanzo del XVI secolo popolarissimo in Cina che è stato il pilastro ispiratore del Viaggio in Occidente del Gran Teatro di Lido Adriano. Oppure come quello scritto da Giuliana Bruno, già professoressa all’Università di Harvard, a proposito della regista Elvira Notari, pressoché sconosciuta eppure pioniera del cinema e prima regista donna italiana, attiva a Napoli – ma conosciutissima anche oltreoceano – tra il 1906 e il 1930, e di cui è stato proiettato uno dei pochi film che ci sono rimasti: È Piccerella. Ancora una storia pressoché sconosciuta e che riporta l’attenzione su Ravenna: quella, raccontata da Giulia Melandri, di Allegra Byron, la figlia del grande poeta approdata in Italia, a Ravenna, poi affidata alle suore del Convento di San Giovanni Battista a Bagnacavallo dove morì all’età di soli cinque anni – Elena Bucci le ha dedicato una nuova creazione, La bambina inglese. Doveroso poi ricordare Stefano Benni scomparso meno di un anno fa, attraverso le parole di Michele Serra – Ambra Angiolini è andata in scena con un suo lavoro. Mentre a Jeff Mills, Pierfrancesco Pacoda dedica il suo «Detroit, the Motor City».
Il ritorno alla Rocca Brancaleone
Infine, doveroso il tributo a uno dei luoghi cult di Ravenna e del Festival: là dove tutto è iniziato, la Rocca Brancaleone, dove Muti salì per la prima volta sul podio in questa città dando inizio all’avventura giunta appunto alla sua XXXVII edizione – era il primo luglio 1990; dove in tempi di covid il Festival ha trovato un riparo sicuro. Proprio alla Rocca, che dopo alcuni anni di restauro è tornata a essere luogo di spettacolo, sono dedicati due scritti: un saggio-racconto “storico” dell’architetto Massimiliano Casavecchia, e un’intervista che Antonio De Rosa fa a Filippo Bianchi, ricordando i tempi in cui Ravenna Jazz, proprio sul palcoscenico della Rocca «realizzava i sogni dei musicisti».
Il libro è in vendita, al prezzo di 30 euro, alla Biglietteria del Teatro Alighieri e alla Libreria Dante di Longo.
8/06 Comunicato Stampa Foto: Ardon Bar-Hama Info: www.ravennafestival.org bellaunavitaalloperablogsot.com






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